Un alpino scomodo

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Scrivere oggi di una fucilazione eseguita all’alba del I° Luglio del 1916 potrebbe sembrare anacronistico e forse un’inutile perdita di tempo. Ciò sarebbe vero se noi ci reputassimo degli storici o degli studiosi della prima guerra mondiale e prima di affrontare l’argomento ci dovessimo affidare a pagine e pagine di prefazione.
Ma noi non siamo storici, soltanto testimoni di una storia per certi versi "antica" (avendola appresa dai nostri nonni e bisnonni) e per certi versi "nuova" (avendone focalizzato meglio alcuni importanti dettagli solo recentissimamente): “La storia dell’Alpino Silvio Ortis giustiziato assieme ad altri tre compagni di sventura con l’infamante accusa di diserzione”.

Nelle pagine seguenti abbiamo raccolto e registrato con cura tutti i principali atti che il pronipote, Mario Flora di Paluzza, ha compiuto in 26 anni (1988-2014) per giungere alla riabilitazione di Silvio Ortis, la cui vicenda per decenni e per generazioni ha creato imbarazzo reticenza e vergogna fra i suoi parenti e nella intera valle del But in cui si è svolta.

Ora che la raccolta delle prove, circa la presunta innocenza degli alpini fucilati a Cercivento, è stata pressochè completata, la Giustizia dapprima si è fermata di fronte ad un cavillo giuridico, in quanto “l’istanza di riabilitazione ai sensi dell’articolo 683 C.P.P. e 412 C.P.M.P. deve essere proposta dall’interessato” e successivamente, nell'anno di grazia 2010, ha bruscamente negato la revisione del processo, appigliandosi a formalismi e pandette.

I nostri quattro alpini, anche se innocenti, non potranno essere più riabilitati perché non in grado di sottoscrivere la richiesta di riabilitazione oppure perchè le testimonianze raccolte dai parenti non sono state legalmente vidimate e quindi inefficaci dal punto di vista processuale.
Da questa paradossale risposta del tribunale militare, derivano alcune amare riflessioni per tutti e questa storia infinita, che pare sempre sul punto di finire, ne è la tristissima testimonianza.

Chi desiderasse ulteriori informazioni o fosse a conoscenza di fatti simili si metta in contatto con Mario Flora al seguente indirizzo:

Marino Plazzotta e Alfio Englaro  

 

Gli ultimi interventi

  1. Prima che sia giorno

  2. Appunti e disappunti sulla Grande Guerra

  3. Il tempio Ossario di Timau

  4. Le mappe della Grande Guerra

  5. LA DISFATTA DI CAPORETTO in Carnia 

  6. IN SICILIA una via.  In CARNIA neppure il nome

  7. SOFRI- ORTIS DUE CASI A CONFRONTO

  8. Sarà intitolata una via ai due alpini fucilati nel 1916  

  9. SAMEAVIN ANIMES DAL PURGATORI

  10. 2005 INTITOLATE A PALUZZA due vie agli alpini ORTIS Silvio e MATIZ Basilio
  11. LA FINE DI QUESTA LUNGA STORIA (2010)
  12. MA LA STORIA CONTINUA (2011)
  13. 2014: a Cercivento un Comitato per la riabilitazione
  14. 2014: un odg della Provincia di Udine a sostegno della riabilitazione

Vai ai primi 10 interventi:

1. Il discorso di Mario Flora a Cercivento (30.6.96)

2. La lettera di Mario Flora al Presidente Scalfaro (1.10.97)

3. La lettera del Sindaco di Paluzza al Presidente Scalfaro (1.10.97)

4. Intervento di Mario Flora a VTC (14.11.98)

5. Lettera di Mario Flora al ministro Scognamiglio (20.11.98)

6. Lettera di Mario Flora al ministro Diliberto (20.11.98)

7. La recensione di Marino Plazzotta al libro di Maria Rosa Calderoni  (dicembre 1999)

8. L’intervento di Mario Flora alla presentazione del libro di Maria Rosa Calderoni a Cercivento (8.1.2000)

9. Ambiguità e reticenze: intervento di Mario Flora a VTC (19.2.2000)

10. La prima vittoria: intervento di Mario Flora a VTC (1.7.2000)

 

PRIMA CHE SIA GIORNO
(Cercivento)

La manifestazione di maggior successo del Mittelfest 2003 di Cividale del Friuli è stata indubbiamente la rappresentazione CERCIVENTO. Questo atto unico era stato pervicacemente inseguito dal presidente del Mittelfest, Marino Plazzotta, il quale conoscendo la storia, aveva fortissimamente voluto che venisse allestito e presentato per la prima volta in Italia proprio durante il “suo” ultimo Mittelfest. Ed ha avuto totalmente ragione. Infatti CERCIVENTO è stato subissato di applausi e di bis. Dopo Cividale, è stato rappresentato a Cercivento (nel pronao del municipio), a Cleulis (presso le scuole) e a Salars (all’aperto). Presto inizierà a viaggiare in tutta Italia. Le recensioni sui maggiori quotidiani nazionali sono state a dir poco elogiative: Unità, Repubblica, Corriere della Sera (ma anche Messaggero Veneto e Gazzettino) hanno riservato un’accoglienza decisamente positiva a questa piece che per contenuti, recitazione, ambientazione, scenografia si discosta di molto dalla produzione analoga nazionale. Il tema è per noi carnici della Valle del But, familiare: la fucilazione dei 4 alpini a Cercivento nel 1916, accusati di diserzione di fronte al nemico. Già gli spettatori, conoscendo a memoria la vicenda, attendevano al varco i due attori, per cogliere nella loro performance un coinvolgimento sentimentale e psicologico. E non sono stati delusi: RICCARDO MARANZANA (Matiz Basilio) e MASSIMO SOMAGLINO (Massaro Angelo) hanno talmente introiettato i protagonisti del dramma e vi si sono talmente immedesimati che hanno fatto rivivere in diretta le ansie, le emozioni, le paure, le speranze di due (dei 4) condannati di 80 anni fa. Hanno saputo talmente ricreare l’ambiente psicologico di allora che tutto è parso così naturale e vero che nessuno degli spettatori, seduti in circolo, osava neppure tossire per non sciupare la tensione e l’attesa che si materializzava nell’aria. Ogni battuta, ogni parola era percepita come una frustata, ogni grido ogni urlo veniva udito come un brivido sulla schiena. Neppure le innocenti battute che in altro contesto avrebbero mosso il riso, riuscivano a far sorridere. La scenografia, curata da Parrino e Di Blasio, era, nella sua esasperata semplicità, talmente contagiosa e naturale che non esisteva confine tra platea e scena, ma era stata studiata proprio per dare continuità tra platea e scena: gli attori potevano essere in platea e gli spettatori in scena, in una osmosi continua di stati d’animo, di tensioni, di scambi di ruoli. Ciò che l’attore diceva e manifestava, lo spettatore assorbiva e metabolizzava, realizzando un transfer diretto tra scena e paltea. Talmente coinvolgente e stimolante, che nel finale, a luci spente, non si sapeva più chi e quali fossero gli attori che avevano fatto rivivere il dramma dei fucilati. Tale era stato lo scambio di sentimenti e di angosce tra i protagonisti (attivi) e gli astanti (passivi). Grande è stato il regista CARLO TOLAZZI che, dopo averla a fondo studiata, ha saputo cogliere pienamente questa drammatica storia nei suoi punti più acuti, nei suoi risvolti più tragici, nelle sue ironie più beffarde, nelle sue speranze più deluse. La trama è assai semplice: due soldati, chiusi in una cantina, in attesa di essere fucilati il giorno seguente per il reato di rivolta, per il quale sono stati sommariamente processati assieme ad altri 129. Solo in 4 (tra cui appunto Basilio e Angelo) affronteranno però il plotone di esecuzione dei regi carabinieri per essere fucilati al petto. E in questa ultima notte di vita, trascorsa in una cantina, si assiste all’accavallarsi di ansia, sconforto, rabbia, speranza, disperazione…in una rincorsa affannata che lascia poco spazio allo spettatore ed alla riflessione. Tutto è concitato, tutto precipitante e vorticoso, fino alla scena finale che, nonostante tutto, lascia un piccolo pertugio alla Speranza… 

Dopo aver detto di questa opera teatrale splendidamente riuscita e di preciso e alto impegno civile, ci piace proporre due considerazioni:

1. se non ci fosse stato nel 1988 Mario Flora, pronipote di Silvio Ortis, a iniziare la sua solitaria battaglia per la riabilitazione dei 4 fucilati (finora senza esito), oggi noi non avremmo certamente questo capolavoro teatrale che prossimamente susciterà certamente tantissima approvazione dovunque sarà rappresentato.

2. se non ci fosse stato Cjargne Online, a rendere disponibile in rete tutto l’impegno di Mario Flora ed il suo materiale, relativo alla storia dell’alpino Ortis (che gli autori hanno ripetutamente consultato), oggi noi non gusteremmo le sensazioni acute e uniche che Maranzana e Somaglino hanno saputo suscitare.  

Chi non ha ancora visto il dramma CERCIVENTO, si prenoti per il 13 gennaio 2004 a Tolmezzo.


 

Appunti e disappunti sulla

GRANDE GUERRA 

 

La Grande guerra del 1915-18 mobilitò ben 5.200.000 soldati italiani, un numero altissimo se confrontato con l’entità dell’Esercito Italiano odierno che conta solo 230.000 soldati (ufficiali compresi). Ebbene, di questi 5,2 milioni di uomini, oltre 680.000 perirono sul fronte. Il numero dei feriti e degli invalidi permanenti non fu mai precisamente definito. A questi occorre aggiungere i 500.000 morti civili colpiti dalla “spagnola” (sindrome virale) che trovò fertilissimo terreno nelle precarie condizioni socio-economiche delle popolazioni più emarginate e indigenti. 

Durante i 4 anni di guerra ben 870.000 soldati (cioè il 15% dell’intero esercito) furono denunciati alla Autorità Giudiziaria Militare.

Di questi: 470.000 per renitenza alla leva e 400.000 per reati commessi sotto le armi. La stragrande maggioranza di questi militari erano soldati semplici o sottufficiali di rango inferiore (in gran parte villici e contadini).

Al 2 settembre 1919, giorno in cui venne promulgata un’amnistia per i reati di guerra, i Tribunali Militari avevano definito 350.000 processi a carico di centinaia di migliaia di soldati, mentre 50.000 processi erano ancora pendenti e caddero in prescrizione.

Questi 350.000 processi ebbero la seguente conclusione: 140.000 terminarono con l’assoluzione, 210.000 con una condanna.   

Le condanne ebbero una variegata irrogazione di pena. Le pene più severe furono: l’ERGASTOLO (comminato a ben 15.000 soldati), la MORTE (applicata a  7.000).

I reati contemplati furono svariati: dall’insubordinazione all’intelligenza col nemico, dalla disobbedienza alla codardia all’auto-lesionismo. 

Ma il reato più frequente fu la DISERZIONE (ben 162.563 giudicati), che si manifestò in questi modi:

- DISERTORI CON PASSAGGIO AL NEMICO (giudicati 2.662, assolti 640, condannati 2.022).

- DISERTORI IN PRESENZA DEL NEMICO (giudicati 9.472, assolti 3.137, condannati 6.335).

- DISERTORI NON IN PRESENZA DEL NEMICO (giudicati 150.429, assolti 57.121, condannati 93.308).

 

Le condanne per DISERZIONE furono così distribuite nei 4 anni di guerra :

10.272 nel 1915, 

27.817 nel 1916, 

55.034 nel 1917, 

8.562  nel 1918

per un totale di 101.665 condanne emesse.

 

La pena capitale (cioè la fucilazione al petto o alla schiena) fu largamente irrogata nei 4 anni di guerra:

nel 1915 vi furono 212 condanne a morte con processo e 913 in contumacia (cioè senza l’imputato presente); 

nel 1916 le condanne furono 234 in processo e 866 in contumacia; 

nel 1917 ci furono 443 condanne in processo e 1043 in contumacia;

nel 1918 vi furono 72  pene di morte in processo e 145 in contumacia.

Il totale delle condanne a morte (sia in processo che in contumacia) fu di 4.028.

 

A questi dati mancano le esecuzioni sommarie sul campo, che i Documenti ufficiali fanno salire a soli 107 casi, ma il cui numero fu senz’altro maggiore, secondo recenti studi del Monticone e  del Mortara.  

Di fronte a queste cifre, sorge spontanea una domanda che per ora resta senza risposta:

PERCHE’? 

Perchè  oltre un sesto dei soldati del regio esercito italiano non amò questa guerra?

A queste aride ma eloquenti cifre che pochissimi oggi conoscono, andrebbero aggiunti tantissimi episodi rimasti finora sconosciuti ai più, tra i quali la vicenda appunto dell’alpino Ortis, portata alla ribalta nazionale dal pronipote Mario Flora.

Altro significativo episodio, rimasto finora sconosciuto, è apparso sul CORRIERE DELLA SERA dell’11 agosto 1998, a pag. 12. Vi si racconta, con precisa  documentazione, che il famosissimo generale Cantore, cui è dedicata anche una caserma a Tolmezzo, sarebbe stato ucciso dai propri alpini, esasperati dalla spietata durezza  e irosità del loro ufficiale.

Riteniamo doveroso concludere queste note, ribadendo che non sono state scritte per polemica, ma solo per amore di verità e per rispetto di tutti coloro che, consapevolmente o inconsapevolmente, sono morti.  

In sintesi:

LA GRANDE GUERRA

1915-‘18

SOLDATI MOBILITATI

5.200.000

SOLDATI MORTI AL FRONTE

680.000

CIVILI MORTI DI EPIDEMIE

500.000

 

 

SOLDATI DENUNCIATI

Denunciati alla Autorità Giudiziaria Militare

870.000

(15% dell’esercito)

Per renitenza alla leva

470.000

Per reati sotto le armi

400.000

 

 

ATTIVITA’ TRIBUNALI MILITARI

(al 2.9.1919)      

Processi definiti

350.000

Processi pendenti

50.000

Assoluzioni

140.000

Condanne

210.000

Ergastolo

15.000

Pena di morte

7.000

                  

 

REATO DI DISERZIONE

                                    

 

GIUDICATI

ASSOLTI

CONDANNATI

Passaggio al nemico   

2.662

640

2.022

In presenza del nemico

9.472

3.137

6.335

Con nemico assente

150.429

57.121

93.308

TOTALI

162.563

60.898

101.665

 

 

CONDANNE PER DISERZIONE

 

Anno 1915

Anno 1916

Anno1917

Anno 1918

10.272

27.817

55.034

8.562

  

CONDANNE A MORTE

 

 

1915

1916

1917

1918

TOTALE

Con processo

212

234

443

72

1061

In contumacia

913

866

1043

145

2.967

  

ESECUZIONI SOMMARIE

(Dati ufficiali)

107 casi

  

Dati estratti da:

 Forcella- Monticone “PLOTONE DI ESECUZIONE”, Laterza, 1972-1998

 

IL TEMPIO OSSARIO DI TIMAU

 

Il tempio ossario di Timau accoglie oggi le spoglie dei caduti del “Fronte Carnia” della Grande Guerra. Precedentemente a questo edificio, esisteva sul medesimo luogo la chiesa di S. Gertrude, di cui si hanno notizie fin dal 1327. La chiesa venne danneggiata durante la terribile alluvione che spazzò via Timau nel 1729; fu ricostruita a seguito di alcuni fatti prodigiosi attribuiti all’acqua che sgorgava al suo interno. Divenne meta di tantissimi pellegrini e prese il nome di Santuario del Santissimo Crocifisso, il quale richiamava tantissimi fedeli dalla Carnia e dalla Carinzia.

Fu poi rialzato e orientato da levante a ponente nel 1752. Fu ricostruito ex novo nel 1910 ed ebbe ulteriore splendore fino al 28 ottobre 1917, quando gli italiani, in precipitosa ritirata dopo Caporetto, lo incendiarono, dopo averlo adibito a magazzino viveri.

Nel 1937 fu trasformato in TEMPIO OSSARIO-MONUMENTO NAZIONALE: le sue pareti interne ed esterne racchiudono oggi le urne funerarie che accolgono le spoglie di 1764 CADUTI provenienti dalla zona dell’Alto But. Nella Valle però viene ancora ricordato come il CRISTO DI TIMAU.

 

Questi sono i dati:

 

SPOGLIE conservate 1764, di cui 1466 note e 298 ignote.

Vi sono compresi anche 73 austro-ungarici di cui solo 8 noti.

 

PERDITE PER ARMA O CORPO

 

ALPINI

561

FANTERIA

426

BERSAGLIERI

179

FINANZIERI

121

ARTIGLIERI

40

BOMBARDIERI

16

GENIO

10

SANITA’

1

AUTIERI

1

PORTATRICI (donne)

1

ALTRI(senza indicazione)

117

 

 

UNITA’ DI APPARTENENZA DEI CADUTI

 

ALPINI 

2° 3° 5° 6° 8° 14°  Rgt

FANTERIA

3° 6° 9° 10° 13° 49° 50° 51° 53° 76° 116° 125° 131° 132° 144° 145° 146° 147° 148° 169° 228° 269°  Rgt

BERSAGLIERI

10° 11° 12° 16° 17° Rgt

FINANZIERI

8° 19° 20° Btg

ARTIGLIERIA MONTAGNA

1° 2° 10°  Rgt

ARTIGLIERIA FORT.

4° 5° 6° 8° 10° 16° 19° 36°   Rgt

ARTIGLIERIA CAMPALE

2° 49° Btg

GENIO

1° 6°  Rgt

SANITA’

162° Sz

 

 

DECORATI AL VALORE MILITARE

 

174 di cui

Medaglia d’oro

2

Portatrice Maria Plozner Mentil

S. Ten. M. Vitali (53° Btg Bersaglieri)

Medaglia d’argento

40

Medaglia di bronzo

132

 

Dal 1988 al 1998 sono state recuperate sul Pal Piccolo e sul Freikofel le spoglie di altri 8 caduti ignoti.

 

Le spoglie di Silvio Ortis, dopo una transitoria deposizione anonima in un angolo del cimitero di Cercivento (insieme a quelle degli altri 3 sfortunati compagni), fu, all’insaputa dei parenti, traslata a Udine all’inizio degli anni Venti. La sorella Paolina, a seguito di un presagio rivelatore in sogno, ne richiese le spoglie, che furono portate al cimitero di San Daniele di Casteons, senza il suono delle campane e con l’accompagnamento dei soli parenti (come aveva preteso l’Autorità Militare).  Contravvenendo all’ordine, la campana di San Daniele ne salutò il passaggio con tre rintocchi.  

Le Mappe della Grande Guerra

Pubblichiamo in questo intervento alcune delle carte storiche del volume:
Corbanese G.G. con la collaborazione di Mansutti A.
IL FRIULI, TRIESTE E L'ISTRIA NEL CONFLITTO 1915-18
Caporetto e l'invasione del Friuli
Del Bianco Editore 2003
Il volume in questione ne contiene ben 163, tutte riguardanti il fronte dell'Isonzo, Caporetto e l'invasione del Friuli.
Per maggiori informazioni: www.delbiancoeditore.it

Mappa dello schieramento dei battaglioni alpini al 23 maggio 1915 nel settore I (dal M. Peralba al M. Cullar)

Mappa perdita e riconquista di q. 1859 del Pal Piccolo 26-27 marzo 1916

Mappa degli attacchi della 10° armata austro-ungarica e del gruppo Kraus contro il XII Corpo d'armata italiano Zona Carnia nella giornata del 27 ottobre 1917

Mappa della penetrazione della 10° armata austro-ungarica e le operazioni del Gruppo Krauss nella giornata del 28 ottobre 1917

Mappa dello schieramento del XII Corpo d'Armata Italiano in Carnia la sera del 31 ottobre 1917

Mappa con l'indicazione del numero dei morti dei vari comuni della Carnia nella Grande Guerra

 

LA DISFATTA DI CAPORETTO in Carnia

 

LA DISFATTA DI CAPORETTO fu caratterizzata da una disordinatissima fuga e immensa confusione delle truppe italiane, dovuta alla imperizia e incapacità strategica del Comando italiano. Il generale Cadorna viene destituito; assume il comando supremo il gen. Armando Diaz. Per un tale disfatta, nessuno  verrà processato nè tanto meno fucilato...

L’angoscia di quei giorni, vissuta anche e soprattutto nei nostri paesi, è stata rimossa negli anni successivi.

Iniziò proprio a novembre del 1917, quel massiccio esodo di donne, giovani e bambini che, sollecitati dalle autorità civili e militari, abbandonarono i nostri paesi per sottrarsi al nemico invasore.

Nella sola provincia di Udine i profughi furono 134.816 su una popolazione totale di 628.081 persone. Da Udine, che allora contava 47.617 abitanti, fuggirono in 31.247, appartenenti ad ogni ceto sociale. Una cospicua percentuale di carnici e friulani nati alla fine del 1917 e nel 1918, ha visto la luce nel meridione d’Italia dove le loro famiglie erano fuggite. La profuganza di allora era rimasta impressa nella memoria collettiva di tutti come un evento negativo imponente e indimenticabile, collegato alla disfatta di Caporetto, nome tragico che da allora assumerà un solo ed univoco significato.

Nell’ agosto 1914 ben 83.575 friulani e carnici erano dovuti rientrare in Italia dalla Germania, dall’ Austria e dall’Ungheria (dove avevano trovato lavoro) per essere arruolati nel regio esercito.

Nel febbraio del 1915 l’Ufficio Provinciale del Lavoro di Udine censiva ben 57.191 disoccupati. I prezzi e la fame salivano.

La guerra fu dichiarata il 24 maggio dello stesso anno. I mesi successivi videro sanguinosissime battaglie (memorabili le 12 dell’ Isonzo) su ogni fronte, centinaia di migliaia di morti per avanzare di qualche metro.

Una situazione magistralmente raccontata nel film UOMINI CONTRO con  Gian Maria Volontè, ritirato dal circuito commerciale e televisivo da moltissimi anni e mai più rivisto, perchè “deprimeva il sentimento nazionale”.

Il papa Bendetto XV aveva bollato la guerra come “INUTILE STRAGE” ma i preti friulani che ne ripetevano le parole venivano trattati come disfattisti e nemici della Patria: tra questi vi fu don Lozer di Pordenone, processato e deportato in Sardegna. 

Come lui furono deportati molti preti del Friuli orientale in base al semplice sospetto di essere austriacanti.

In Carnia furono sgomberati interi paesi, come Timau e Cleulis, soprattutto laddove si parlava tedesco. Molte persone, abitanti al di là del vecchio confine del 1866, vennero arrestate e internate, alcune anche fucilate, come accadde a Villesse per alcuni civili sospettati di sabotaggio.

Ed in questa atmosfera di diffidenza e di sospetti, va inquadrato anche il fatto dei 4 alpini fucilati a Cercivento nel 1916.

Era grande la diffidenza italiana anche nei confronti dei cattolici e dei preti. Don Guglielmo Gasparutti di Codroipo, scrisse sul CORRIERE DEL FRIULI del 21 agosto 1917 un articolo dal titolo “La parola alla trincea” in cui commentava le parole del papa e riportava lo stato mentale dei soldati.

A seguito di quello scritto, il giornale fu immediatamente chiuso e confiscato, il prete fu processato e incarcerato assieme al direttore don Pagani, con l’ accusa di aver incitato i soldati a non combattere. I due preti furono poi deportati uno in Sardegna e l’ altro in Istria.

Dopo Caporetto dunque, la fuga interessò tutti, perfino l’arcivescovo mons. Anastasio Rossi, che abbandonò Udine precipitosamente. Solo i preti in cura d’anime  restarono sul posto, a difendere le pecorelle loro affidate e a sfidare spesso l’ arroganza dell’ austriaco invasore che aveva occupato tutto il Friuli, Udine compresa. Questi preti furono subito visti come filo-austriaci e furono spesso anche insultati da coloro che invece avevano abbandonato il Friuli, i quali esaltavano per contro la figura del vescovo Rossi quale “esempio di patriottismo fermo e coraggioso che abbandonò la patria per non subire l’onta del servaggio”, anche se in realtà fuggì per banale paura.

La guerra finì un anno dopo, lasciando il FRIULI e la CARNIA in ginocchio: materialmente, economicamente e moralmente. Industria e agricoltura devastate e perdute. Oltre 20mila morti. Oltre 14mila orfani. Miseria profondissima. In questo fertilissimo terreno di disagio sociale e di crescente malumore, allignò facilmente il fascismo che poco tempo dopo impose il suo tallone e fece profondissima e capillare opera di rimozione collettiva di tutti questi tragici eventi.

E le generazioni successive poco o nulla seppero di questa GRANDE GUERRA così tragicamente vissuta in Carnia, se non ciò che la retorica fascista aveva ritenuto politicamente corretto far passare.  

 

IN SICILIA una viaIn CARNIA neppure il nome 

La questione della riabilitazione dei 4 alpini fucilati a Cercivento il 1° luglio 1916 è ormai di dominio pubblico nazionale: dopo la mia ultradecennale battaglia, i quotidiani italiani hanno a più riprese trattato lo spinoso argomento, il libro della Calderoni ha ulteriormente rinfocolato l’attenzione e l’interesse. Orbene, mentre a Paluzza (Comune retto da un centrosinistra), il nome dei due alpini, nonostante le passate promesse, non è ancora stato inserito nel Monumento ai Caduti, a Cercivento è stato nel frattempo eretto un cippo lapideo (unico in Europa) per i 4 alpini fucilati, mentre in Sicilia è accaduto un fatto incredibile. Sentite.

Il comune di ISNELLO, alle porte di Palermo, retto da una maggioranza di centro-sinistra, ha inteso dedicare una via all’alpino ORTIS SILVIO. La notizia ha dello straordinario ed è comparsa sul Bollettino Comunale del luglio 2000, dove a pag. 2, vengono elencate le denominazioni delle nuove vie cittadine, che verranno intitolate a: mons. Oscar Romero, vescovo martire del Salvador, ad Anna Frank, ebrea uccisa dai nazisti, a Omar Al Muktar, eroe libico anti-colonialista, ad Antonio Gramsci, fondatore del PCI, a Ernesto Che Guevara, medico guerrigliero boliviano, a Madre Teresa di Calcutta, a padre Giuseppe Puglisi, sacerdote ucciso dalla mafia siciliana; ed infine al mio pro-zio SILVIO ORTIS, alpino fucilato dagli italiani. Per ogni nuova dedica, il foglio comunale traccia una sintetica biografia di questi scomodi eroi del nostro tempo e di SILVIO ORTIS tra l’altro dice:

“Era un alpino della Carnia, un soldato contadino, uno dei sei milioni mandati al fronte tra il 1915 e 1918 a difendere la patria… Venne fucilato il 1 luglio 1916 insieme a tre suoi compagni rei di rivolta. Trascinati davanti a un pomposo e durissimo tribunale militare straordinario, vennero fucilati dopo un processo farsa davanti al muretto di un cimitero di un piccolo paese della montagna carnica “.

La motivazione dunque risulta oltremodo chiara e vera, oltre che scomoda: tuttavia questo comune italiano della più profonda Sicilia, arcinota per mafia ed omertà, ha il coraggio civile di dedicargli una via. E lo fa, dandone l’annuncio sul bollettino ufficiale dell’Ente locale.

Quassù in Carnia, ed in specie a Paluzza, le cose vanno diversamente…

Mario Flora  

 

SOFRI- ORTIS DUE CASI A CONFRONTO

 

Desidero esprimere le considerazioni che seguono, riguardo al caso Sofri di cui oggi rischiamo l’overdose massmediatica.

 

- Caso SOFRI:

mai si è visto tanto clamore su stampa e tv attorno ad una persona condannata in via definitiva a 22 anni di carcere (dopo 3 gradi di processo) per essere stato riconosciuto come il mandante di un omicidio (il commissario Calabresi) materialmente eseguito da altri adepti di Lotta Continua. Da destra e da sinistra si invoca la grazia e vi è un forsennato correre a chi arriva prima…Pannella addirittura digiuna sia in cibo che in acqua affinchè Ciampi “si riappropri delle sue prerogative” sottratte non si sa da chi, mentre il guardasigilli Castelli rimane convinto di rispettare la Costituzione con il suo atteggiamento contrario. Una grazia che il condannato non ha mai chiesto né intende tuttora chiedere ma che chiedono in luogo suo tantissimi intellettuali e politici di ambo le sponde. Si pensi: lui non dovrebbe fare altro che chiedere la grazia firmando il relativo modulo (come capita di solito a pochi altri fortunati mortali) e gli verrebbe concessa seduta stante su un piatto d’oro. Ma lui, no, non la chiede, neppure di fronte al rischio mortale che sta correndo Pannella col suo digiuno. No, Sofri è “troppo sopra” per abbassarsi a chiedere la grazia; lascia che altri la chiedano per lui. Lascia che altri rischino di morire per lui.

 

- Caso ORTIS:

- In data  17 dicembre 1988, il settimanale  friulano diocesano LA VITA  CATTOLICA pubblicò una lettera del sottoscritto in cui si sollevava per la prima volta questo spinoso argomento e si ribadiva l’intendimento del sottoscritto di perseguire l’obiettivo di una riabilitazione postuma.

   - In data 13 marzo 1990 il sottoscritto aveva ufficialmente inviato ai Sindaci di Paluzza, Forni di Sopra, Maniago, e per conoscenza al Comando Brigata Alpina “Julia”, una richiesta di appoggio e sostegno per una completa riabilitazione dei 4 alpini sommariamente processati e fucilati a Cercivento nel 1916.

 - In data 26 marzo 1990, l’allora Sindaco di Paluzza, Alfredo MATIZ,  con lettera prot. n 1309, comunicava al sottoscritto l'impegno dell'  Amministrazione Comunale nel sostenere la richiesta di riabilitazione postuma degli alpini fucilati, Ortis Gaetano Silvio e Matiz Basilio, e la promessa dell' inserimento dei loro nomi sulla lapide del Monumento ai Caduti del Comune.

- In data 27 aprile 1990, il sottoscritto aveva ufficialmente richiesto alla Corte Militare di Appello di Verona, la riabilitazione postuma di ORTIS Gaetano Silvio, in quanto suo parente.

- In data 5 novembre 1990 il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma dichiarava inammissibile la richiesta di riabilitazione postuma di ORTIS Gaetano Silvio, motivando il diniego con l’asserzione che “l’istanza di riabilitazione ai sensi dell’articolo 683 C.P.P. e 412 C.P.M.P. deve essere proposta dall’interessato” (fucilato 80 anni prima).

-  In data 20.novembre.1991 era stato proposto ricorso al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, avverso al decreto 614/90 R.G. del Presidente del Tribunale di Sorveglianza del Tribunale Militare di Roma.

- In data 10 dicembre 1995 fu presentata presso la Sala Consiliare del Municipio di Cercivento (UD) una monografia storica dal titolo “SAMEAVIN ANIMES DAL PURGATORI“ a cura di Giampaolo LESCHIUTTA, avente per oggetto la vicenda storica dei 4 alpini fucilati. In tale monografia a pag. 41 (come risulta anche dalla documentazione in copia originale in mio possesso) si evidenziava chiaramente che i 4 fucilati non facevano parte del gruppo incriminato, trovandosi in altra baracca al momento della rivolta.

- In data 30 giugno 96, presso il cimitero di Cercivento, venne scoperto e benedetto un cippo lapideo, UNICO in Italia, a ricordo della fucilazione dei 4 alpini della 109° compagnia "M. Arvenis", alla presenza di Autorità Civili, Militari e Religiose.

- In data 30 settembre 96, durante una riunione del consiglio comunale, il Sindaco di Paluzza, Emidio ZANIER, rispondendo a una interrogazione del sottoscritto consigliere comunale, esprimeva l'intendimento di una azione congiunta con il Comune di Cercivento per giungere ad una giusta e comune soluzione della questione ed il Capogruppo di maggioranza di centrosinistra, colonnello Cattelan, sosteneva che, in assenza dei verbali di interrogatorio del processo, inspiegabilmente scomparsi, vi erano ragionevoli dubbi circa il corretto iter processuale che si era concluso con la condanna a morte dei 4 alpini che non avevano partecipato affatto alle vicende incriminate poichè appartenevano ad un altro plotone.

- In data 19 gennaio 97, il direttivo dell’ ASS. NAZ COMBATTENTI E REDUCI, sezione di Timau, ha approvato all’unanimità la proposta di Lindo Unfer di inoltrare istanza al Sindaco di Paluzza per l’aggiunta sulla lapide del monumento ai caduti, dei nominativi dei due alpini paluzzani fucilati a Cercivento, Ortis Gaetano e Matiz Basilio.

- In data 8 settembre 1997, prot. 9052, il sottoscritto consigliere comunale ha presentato una MOZIONE al Consiglio Comunale di Paluzza (approvata poi all’unanimità), intesa ad ottenere l’impegno del Sindaco a richiedere al Capo dello Stato, contestualmente al conferimento della onorificenza di M.O. “ ad memoriam” a Maria PLOZNER MENTIL, la riabilitazione postuma dei 4 alpini fucilati a Cercivento il 1° luglio 1916.

- In data 16 e 17 settembre 1997 la vicenda dei 4 alpini fucilati viene largamente ripresa dalle TV private e pubbliche e dalla stampa locale e nazionale: IL MESSAGGERO VENETO, IL GAZZETTINO, LA VITA CATTOLICA, IL PICCOLO, IL SOLE-24 ORE, LA PADANIA, LIBERAZIONE, IL CORRIERE DELLA SERA, LA REPUBBLICA, IL GIORNALE, LA STAMPA, L’UNITA’, IL MANIFESTO.

- Il 1° ottobre 97, durante la visita del Capo dello Stato, O. L. Scalfaro, a Timau, il sen. Francesco Moro, nella sua allocuzione ufficiale, ricordò la vicenda dei 4 alpini di Cercivento e chiese verbalmente al presidente Scalfaro la riabilitazione. Il sindaco di Paluzza Zanier consegnò poi al presidente della Repubblica la mozione del consiglio comunale di Paluzza, volta a richiedere la riabilitazione postuma dei 4 fucilati.

- In data 28 marzo 98 il CONSIGLIERE MILITARE della PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA mi informava che era stata proposta una modifica all’articolo 683 del CPP e che su tale proposta di legge il Presidente della Commissione Difesa della Camera, on. Valdo Spini, aveva manifestato interesse presentando  una proposta di Legge in tal senso.

- In data 28 aprile 98 scrissi al Presidente della Commissione Difesa della Camera, on. Valdo SPINI, per  congratularmi e per caldeggiare un celere iter  burocratico.  A tutt’oggi non ho ricevuto alcuna risposta.

- In data 22 maggio 98, ho ricevuto una lettera del Consigliere Capo della Segreteria del Presidente della Camera, on. Luciano Violante, con la quale mi si comunicava che la questione della modifica dell’ art. 638 del CPP, era già stata fatta pervenire alla II Commissione Giustizia la quale avrebbe quanto prima iniziato ad esaminarla. A tale Commissione era stata inviata anche la mia lettera precedente.

- In data 3 novembre 98, su “ARENA” di Verona, viene pubblicata la notizia che il Primo Ministro inglese, Tony BLAIR, tra i primi atti alla presa del potere, ha voluto riaprire i processi della Grande Guerra, contestati dagli eredi dei fucilati inglesi. Il Governo britannico riconosce oggi che non furono giudicati equamente. Addirittura in Gran Bretagna vi è un movimento popolare che intenderebbe rimuovere la statua del gen. Douglas Haig, finora ritenuto eroe nazionale, perché mandò al massacro migliaia di soldati di Sua Maestà nelle trincee della Somme, guardandosi bene dal condividere privazioni e sofferenze degli stessi soldati.

- In data 7 novembre 98, su CORRIERE DELLA SERA,  a pag. 13,  veniamo a sapere che “JOSPIN RIABILITA I DISERTORI”. Lionel Jospin intende oggi ristabilire la verità storica sui fatti della Prima Guerra mondiale, relativa ai soldati francesi che si erano ribellati ad ordini assurdi e fucilati per dare l’esempio. Jospin intende tributare a costoro l’onore repubblicano.

- In data 9 novembre 1998, su Corriere della Sera  a pagina 25, si apprende che tra chi vuole restituire l’onore perduto a coloro che si ribellarono, si è posto anche il neo ministro della Difesa italiano, Carlo Scognamiglio, il quale ha dichiarato che: “ I nostri fucilati non furono meno eroici dei commilitoni caduti in combattimento, e che anzi i veri colpevoli furono i comandanti che tentavano di nascondere la loro incapacità”.

  A TUTT’ OGGI, QUESTA PRATICA DI RIABILITAZIONE POSTUMA DELL’ALPINO SILVIO ORTIS, FUCILATO 88 ANNI FA, NON E’ ANCORA APPRODATA A SOLUZIONE.

 

Conclusioni: com’è bizzarra l’Italia!

Da un lato si vorrebbe concedere ipso facto la grazia ad un condannato (passato in giudicato) che non la chiede, dall’altra si nega la riabilitazione postuma ad un alpino (ucciso dalla giustizia militare 88 anni fa per un reato non commesso!) il cui pronipote la sta chiedendo da 16 anni!

Dicano un po’ i nostri lettori.  

8 aprile 2004                                                                                                         Mario Flora

 

 

PALUZZA

Sarà intitolata una via ai due alpini fucilati nel 1916

Il 14 ottobre 2004, la Giunta Comunale di Paluzza, su esplicita e formale richiesta di alcuni parenti delle vittime, ha accolto la proposta del vicesindaco Mario Flora (che al momento del voto è uscito dall’aula), di intitolare una via cittadina alla memoria dei due alpini, Ortis Silvio e Matiz Basilio, fucilati a Cercivento nel 1916. Tale significativa decisione viene a colmare un lungo periodo di silenzio e di inoperosità delle varie Istituzioni, a suo tempo sollecitate in tal senso proprio da Mario Flora, pronipote dell’alpino Silvio Ortis, che fino dal 1988, con un articolo comparso su La Vita Cattolica, aveva riaperto l’annosa e sofferta questione. Ora la Giunta Comunale di Paluzza ha dato il via libera a questo provvedimento, per giungere al quale sono state brevemente ricordate le tappe salienti della vicenda. 

- Il processo contro  80 alpini, imputati del reato di rivolta, si aprì alle ore 17 del 29 giugno 1916, si concluse alle ore 24 del 30 giugno con l’emissione di una sentenza capitale per quattro di loro. La sentenza di morte venne emessa alle 3 del mattino del primo luglio e la fucilazione dei 4 alpini venne eseguita due ore dopo dietro il cimitero di Cercivento.

- A questi 80 alpini fu ascritto il reato di rivolta e non quello (aderente ai fatti accaduti) di ammutinamento, la cui la pena in effetti sarebbe stata assai inferiore e non avrebbe comunque previsto la pena di morte.

- I 4 fucilati al momento dell’ammutinamento (23 giugno 1916, ore 20,30) non si trovavano nella baracca incriminata, dove erano radunati gli alpini che rifiutarono l’ordine di attacco suicida, come si evince dal punto 1. del dispositivo della sentenza.

- I due cittadini del comune di Paluzza si erano sempre distinti per meriti militari in precedenza, come dimostra l’onorificenza conseguita da Ortis Silvio nella guerra italo-turca del 1911-12.

- Non furono mai messi sotto inchiesta disciplinare gli ufficiali autori di ordini irragionevoli e privi di una visione tattico-strategica, che gli alpini ammutinati, esperti dei luoghi, avevano cercato di modificare con osservazioni e suggerimenti adeguati (fuoco preventivo di artiglieria sulle posizioni austriache). Solo con il successivo espletamento di quelle osservazioni non richieste e di quei precisi suggerimenti, ebbe successo la conquista della cima del Cellon, avvenuta il 29 giugno 1916, ad opera di un’altra compagnia di alpini che catturarono così anche 9 ufficiali e 156 soldati austriaci. 

- Fin dal 1998 i quotidiani italiani hanno a più riprese trattato lo spinoso argomento, attualizzandone i motivi sottesi, mentre il libro di Mariarosa Calderoni (“La fucilazione dell’alpino Ortis”, Mursia editore) ha nel frattempo ulteriormente rinfocolato l’attenzione e l’interesse, suscitando commozione e partecipata solidarietà in tutta Italia.

- nel Comune di Cercivento in Carnia, per volontà di quella pubblica amministrazione, fu nel frattempo eretto nel 1996, sul luogo preciso della fucilazione, un cippo lapideo (unico in Europa) per i 4 alpini fucilati.

- a Cividale, durante il Mittelfest 2003, venne rappresentato il dramma degli alpini fucilati in un atto unico di Carlo Tolazzi, intitolato PRIMA CHE SIA GIORNO, magistralmente interpretato da Massimo Somaglino e Riccardo Maranzana, dramma via via riproposto con crescente successo e partecipazione emotiva in vari paesi della Carnia e fuori di Carnia, ed ampiamente e favorevolmente recensito dai maggiori quotidiani nazionali.

- il comune di Isnello, in provincia di Palermo, ha inteso dedicare una via all’alpino ORTIS SILVIO. La notizia è riportata dal Bollettino Comunale nel luglio 2000, dove a pag. 2, vengono elencate le denominazioni delle nuove vie cittadine, intitolate una a:

mons. Oscar Romero, vescovo martire del Salvador, una ad Anna Frank, ebrea uccisa dai nazisti, una a Madre Teresa di Calcutta, una a padre Giuseppe Puglisi, sacerdote ucciso dalla mafia siciliana; ed infine una a SILVIO ORTIS, alpino fucilato dagli italiani insieme ad altri tre. Per ogni nuova dedica, il foglio comunale traccia una sintetica biografia di questi scomodi eroi del nostro tempo. Di SILVIO ORTIS tra l’altro dice:

“Era un alpino della Carnia, un soldato contadino, uno dei sei milioni mandati al fronte tra il 1915 e 1918 a difendere la patria… Venne fucilato il 1 luglio 1916 insieme a tre suoi compagni rei di rivolta. Trascinati davanti a un pomposo e durissimo tribunale militare straordinario, vennero fucilati dopo un processo farsa davanti al muretto di un cimitero di un piccolo paese della montagna carnica “. 

Ora dunque, seppure con evidente ritardo, finalmente anche Paluzza, comune di nascita dei due alpini fucilati a Cercivento, dedicherà una via a questi suoi due figli, che finora avevano avuto solo silenzio e disprezzo. 

Con la intitolazione di una via a questi a due alpini, si intende

-        riparare al grave atteggiamento del tribunale militare di guerra che avviò e concluse in brevissimo tempo un processo sommario, privo delle più elementari norme dei diritti della difesa.

-        Riparare alla motivazione dell’accusa che sostenne il reato di rivolta anziché quello reale di ammutinamento

-        Riparare alla scarsa considerazione delle prove addotte dagli imputati che sostennero di non essere stati presenti nel luogo del reato.

-        Riconoscere il valore e l’amore per la Patria dei due alpini che in precedenza ed in altre occasione ebbero modo di manifestare.

-        Riconoscere che le loro osservazioni e suggerimenti valsero poi a risparmiare moltissime vite umane e a conquistare la vetta del Cellon.

Mario Flora

Vicesindaco di Paluzza in Carnia

 

SAMEAVIN ANIMES DAL PURGATORI

Seconda edizione

 

La editrice CjargneCulture di Cercivento ha ristampato una nuova edizione del suo primo volume della collana “Carnia Frontiera”, essendo andata esaurita la prima edizione del 1995. Questo volume, oltre a riproporre l’intero contenuto della prima edizione, presenta altri interventi e considerazioni riguardanti la vicenda dei 4 alpini fucilati a Cercivento nel 1916. In copertina compare significativamente la fotografia che ritrae il luogo della fucilazione nel giorno dello scoprimento (avvenuto il 30 giugno 1996) del cippo lapideo eretto dall’Amministrazione Comunale di Cercivento a ricordo dei 4 alpini fucilati. Come si può notare, erano presenti anche i labari e le bandiere delle sezioni ANA locali ed inoltre molte autorità civili ed ex militari. Purtroppo l’ANA Carnica ufficiale deplorò successivamente, con una lettera del suo presidente Giampaoli alle varie Sezioni, la partecipazione degli alpini in congedo a quella manifestazione invitando fermamente a non più partecipare a simili manifestazioni per il futuro. La gente comune comprese invece il significato profondo di quella cerimonia e da allora, ogni anno, avviene la commemorazione dei 4 alpini fucilati presso il cippo eretto in loro ricordo, visitato durante l’anno da diverse scolaresche provenienti da tutta Italia.

 

INTITOLATE A PALUZZA Due vie agli alpini ORTIS Silvio e MATIZ Basilio

 

Sabato 19 febbraio 2005, sulla “piazza 21-22 luglio 1944” in Paluzza, si è svolta la cerimonia di INTITOLAZIONE di due vie del Comune agli alpini ORTIS SILVIO di Naunina  e MATIZ BASILIO di Timau. La cerimonia, cui hanno preso parte autorità civili, militari e religiose, si è aperta con un minuto di silenzioso raccoglimento, dedicato al ragazzo Daniel Palladini recentemente scomparso in circostanze tragiche.

Dopo l’esecuzione dell’Inno di Mameli, il parroco don Tarcisio Puntel ha benedetto le targhe delle nuove vie intitolate ai due alpini, ed una corona di alloro. E’ poi risuonato il SILENZIO che ha visto scattare sull’attenti le rappresentanze d’arma e gli alpini dell’ANA, presenti senza i loro gagliardetti.

Vi è stata quindi la prolusione ufficiale del sindaco di Paluzza, Aulo Maieron, che voglio qui riportare per intero:

  La questione della riabilitazione dei 4 alpini fucilati a Cercivento il 1° luglio 1916, con la falsa e indimostrata motivazione di rivolta e codardia, è ormai di dominio pubblico nazionale.

Dopo la quasi ventennale battaglia iniziata dal qui presente Mario Flora nel lontano 1988, i quotidiani italiani hanno a più riprese trattato lo spinoso argomento, attualizzandone i motivi sottesi, mentre il libro di Mariarosa Calderoni (La fucilazione dell’alpino Ortis, editore Mursia) ha ulteriormente rinfocolato l’attenzione e l’interesse, suscitando commozione e partecipata solidarietà. Poi è sceso un velo di inoperoso silenzio.

Successivamente, mentre a Paluzza il nome dei due alpini concittadini (Matiz Basilo e Silvio Ortis), nonostante le passate promesse, rimaneva sempre avvolto nelle nebbie di un infastidito disinteresse, a Cercivento, per volontà di quella amministrazione comunale, fu nel frattempo eretto nel 1996, sul luogo preciso della fucilazione, un cippo lapideo (unico in Europa) per i 4 alpini fucilati, che suscitò la ingiustificata irritazione di alcuni sodalizi carnici.

A Cividale, durante il Mittelfest 2003 presieduto da Marino Plazzotta, venne rappresentato il dramma degli “alpini fucilati”, in un atto unico di Carlo Tolazzi, intitolato PRIMA CHE SIA GIORNO, magistralmente interpretato da Massimo Somaglino e Riccardo Maranzana, dramma via via riproposto con crescente successo e partecipazione emotiva in vari paesi della Carnia e fuori di Carnia, ed ampiamente e favorevolmente recensito dai maggiori quotidiani nazionali, tra cui Repubblica e Corriere della Sera.

In Sicilia è poi accaduto un fatto incredibile, ignoto a tutti e che qui voglio ricordare.

Il comune di ISNELLO, alle porte di Palermo, ha inteso dedicare una via all’alpino ORTIS SILVIO. La notizia ha dello straordinario ed è comparsa su quel Bollettino Comunale nel luglio 2000, dove a pag. 2, vengono elencate le denominazioni delle nuove vie cittadine, intitolate una a:

Oscar Romero, vescovo martire del Salvador,

una ad Anna Frank, bambina ebrea uccisa dai nazisti,

una a Madre Teresa di Calcutta,

una a padre Giuseppe Puglisi, sacerdote ucciso dalla mafia siciliana;

ed infine una a SILVIO ORTIS, alpino fucilato dagli italiani insieme ad altri tre.

Per ogni nuova dedica, il foglio comunale traccia una sintetica biografia di questi scomodi eroi del nostro tempo.

Di SILVIO ORTIS tra l’altro dice:

Era un alpino della Carnia, un soldato contadino, uno dei sei milioni mandati al fronte tra il 1915 e 1918 a difendere la patria… Venne fucilato il 1 luglio 1916 insieme a tre suoi compagni rei di rivolta. Trascinati davanti a un pomposo e durissimo tribunale militare straordinario, vennero fucilati dopo un processo farsa davanti al muretto di un cimitero di un piccolo paese della montagna carnica “.

La motivazione dunque risulta oltremodo chiara vera e severa, oltre che scomoda: tuttavia questo comune italiano della più profonda Sicilia ha avuto il coraggio civile di dedicargli una via, ben 5 anni fa. E lo ha fatto, dandone l’annuncio sul bollettino ufficiale dell’Ente locale.

Oggi io credo che sia giunto finalmente il tempo anche per il Comune di Paluzza di ricordare e di riflettere ufficialmente su questo doloroso episodio della I Guerra Mondiale.

Come bene è scritto sulla corona di alloro che tra poco andremo a deporre al Monumento ai Caduti, oggi noi ci ritroviamo qui per riconoscere anche a ORTIS SILVIO e MATIZ BASILIO il valore del loro sangue, ugualmente versato per la medesima Patria che però in quel momento era accecata dalla presunzione e dalla retorica militarista che incolpava solo i sottoposti e mai osava indagare i sopraposti, anche se poi la Storia (quella con la esse maiuscola) si incaricò, seppure in ritardo, di ristabilire la verità, con la destituzione di Cadorna e di tutto il suo Stato Maggiore.

A tal proposito vorrei citare alcuni passi della deposizione fatta a Roma il 7 ottobre 1918 dall’ allora deputato carnico Michele Gortani, dinanzi alla Commissione d’inchiesta, istituita dopo la rotta di Caporetto e presieduta dal generale Carlo Caneva.

Il deputato Gortani elencò alcuni gravissimi errori rilevati durante la sua permanenza al fronte Carnia, come tenente degli alpini, e affermò tra l’altro:

“…Quello che allora io comunicai all’on. Bissolati, ministro della Guerra, si può così riassumere: Le ostinazioni e gli errori del generale Cadorna e del nostro Stato Maggiore; l’ostinazione di voler fare offensive sempre troppo estese senza i mezzi adeguati; la preparazione generalmente insufficiente; lo sciupìo di vite; la carne umana opposta ai mezzi meccanici e sostituita ad essi; nessun arretramento a nessun costo, anche se ciò debba implicare il sacrificio della vita per migliaia di soldati tutti i giorni;  il regime di terrore instaurato su tutta la linea; autocrazia unita a fatuità e superbia; non si ascoltano e non si valutano e non si permettono osservazioni; si chiede la fucilazione di chicchessia senza processo; si punisce chiunque osi esprimere opinioni o fare discorsi in disaccordo col pensiero del Comando…”

Queste valutazioni le fece il nostro Michele Gortani già nel 1918, ma allora non furono rese pubbliche e restarono secretate fino a pochi anni fa.

Certamente oggi le condizioni socio-culturali sono totalmente cambiate anche all’interno delle forze armate, ormai professionalizzate, come ampiamente dimostra il recente episodio iracheno, dove 4 piloti italiani, si rifiutarono di alzarsi in volo di scorta, adducendo a propria discarica l’inadeguatezza degli elicotteri loro affidati. Ebbene costoro, che in altri tempi sarebbero comparsi davanti alla corte marziale rischiando la fucilazione, oggi hanno subito una innocua denuncia alla procura militare e pochissimi giorni fa sono stati totalmente assolti dall’accusa di codardia, riacquistando tutti i loro diritti. Così dunque mutano i tempi ed anche noi mutiamo con essi.

Il tricolore che oggi io indosso, è lo stesso tricolore nel cui nome, 88 anni fa, si consumò un’ingiustizia tanto palese quanto assurda.

Auspico che questo stesso tricolore possa oggi riscattare quell’ingiustizia e riconciliare con la Patria i discendenti di quei protagonisti, fino ad oggi segnati dall’onta ingiusta di una disonorevole condanna a morte.

Oggi, a distanza di quasi 100 anni da questi epici e controversi avvenimenti, mi pare giusta e doverosa una ideale pacificazione nazionale anche su questo versante, che è stato per decenni e decenni totalmente ignorato e seppellito. E lo facciamo, restituendo appunto ai nostri due concittadini MATIZ BASILIO di Timau  e ORTIS SILVIO di Naunina l’onore e la dignità calpestate allora.

Auspico che questo giorno possa essere ricordato dalle future generazioni per questo gesto di alto significato civile, democratico, unificatore e pacificatore.

Non è più accettabile infatti che, mentre in Europa tutti gli antichi vicendevoli nemici si sentono oggi uniti o gemellati come fratelli dopo l’abbattimento dei confini e delle dogane, all’interno della nostra Italia e del nostro Comune sussistano invece ancora vecchi pregiudizi e ingiuste condanne, in grado di dividere ancora la nostra Comunità, la quale ha invece bisogno di concordia e di unità di spirito e di intenti, per superare le insidiose e pericolosissime difficoltà di ogni genere che già si allungano sul nostro futuro prossimo.

Per questo oggi io mi sento doppiamente onorato di restituire l’onore ingiustamente sottratto a Silvio Ortis e Matiz Basilio, 88 anni fa.

Con questa semplice cerimonia odierna, intendiamo ricordare anche tutti i caduti del fronte Carnia del nostro Comune, morti in prima linea o nelle retrovie o nel dopoguerra per malattie, i quali hanno già avuto l’onore, la gratitudine e la memoria della gente e delle Istituzioni, sia nei cimiteri che sul marmo del Monumento ai Caduti qui in Paluzza.

Silvio Ortis e Matiz Basilio finora non hanno avuto nulla, se non il disprezzo delle Istituzioni e l’oblio della sua gente.

Oggi quella stessa Patria, che io qui rappresento indossandone il tricolore, riconosce finalmente anche il sacrificio di Ortis Silvio e di Matiz Basilio, ai quali io personalmente chiedo pubblicamente perdono non solo per la morte disonorevole che hanno subito ma anche per il colpevole oblio cui sono stati sottoposti per tutti questi anni.

Perché la morte, quando arriva in età giovanile, è identica per tutti: specie se questa  morte non voluta e non cercata, è violenta e inattesa, quale è quella portata da uomini ad altri uomini o, sorprendentemente come nel nostro caso, da amici ad altri amici.

A nome della Amministrazione Comunale di Paluzza e di tutti i cittadini che rappresento, porgo deferenti saluti ai parenti di Ortis Silvio e Matiz Basilio ai quali noi oggi intitoliamo con gratitudine e convinzione queste due vie del nostro Comune.

A Mario Flora va il mio personale ringraziamento per essere riuscito, con tenacia e onestà, a portare a termine questa lunga battaglia di civiltà e di giustizia che lo onora.

Invito tutti a una breve pausa di riflessione, libera da condizionamenti ideologici o politici.

Al termine della breve ma sobriamente significativa cerimonia, si è formato un corteo, lungo la via principale del paese, che si è recato al Monumento ai Caduti, dove è stata deposta la corona di alloro, in precedenza benedetta, che recava il seguente emblematico titulus: RIUNITI NEL SACRIFICIO PER LA PATRIA.

Oggi dunque può dirsi concluso il mio lunghissimo impegno, iniziato nel lontano 1988, per riportare alla riabilitazione postuma gli alpini ORTIS Silvio e MATIZ Basilio.

Mario FLORA
pronipote di Silvio Ortis

 

LA FINE DI QUESTA LUNGA STORIA

Il 15 marzo 2010 il messo giudiziario militare ha notificato all'attuale Ministro della Difesa, La Russa, che la sua istanza per la revisione del processo a carico dei 4 alpini di Cercivento (presentata il 6 novembre 2009 dallo stesso Ministro) è stata rigettata poichè tutta la documentazione predisposta in vista del rifacimento del processo è stata derubricata a un insieme di "pubblicazioni, di carattere storico o letterario, nelle quali viene prospettata una diversa ricostruzione dei fatti". Le dichiarazioni raccolte a partire dal 1971, provenienti "da persone che potevano fornire informazioni direttamente apprese" sono state considerate "generiche" e prive di valore legale perchè non verbalizzate dalla "autorità giudiziaria o dalla polizia giudiziaria". Il procuratore generale militare Ferrante ha così potuto argomentare che "non erano state proposte nuove prove, sopravvenute alla condanna, che sole o unite a quelle già valutate dimostrassero che i condannati debbano essere prosciolti".
Esattamente 94 anni dopo i tragici fatti, la condanna viene così nuovamente riconfermata, nonostante la lunga battaglia intrapresa dal pronipote di Silvio Ortis, Mario Flora, che in questo lungo arco temporale (22 anni) ha prodotto una puntuale e circoscritta documentazione.
A nulla è valso tutto ciò. Una diversa soluzione del caso avrebbe consentito a tutti gli interessati (parenti e autorità militare) una uscita onorevole e dignitosa; in questo modo invece si è voluto restare tenacemente e pervicacemente ancorati a formalismi giuridici asettici e freddi quando invece avrebbe dovuto prevalere un atteggiamento più umano e certamente più adeguato alla società civile odierna.

Ad ogni modo, comunque la si pensi, la riabilitazione, ancorchè non ufficiale, è stata ampiamente concessa dal "popolo": il materiale raccolto in questa sezione lo dimostra a sufficienza.

(articolo comparso sul Corriere della Sera nel giugno del 2010)


MA LA STORIA CONTINUA...
1° luglio 2011:
95° ANNIVERSARIO della fucilazione dei 4 alpini a Cercivento
Si inaugura una nuova stele

Sono passati esattamente 95 anni da questo tristissimo episodio che rappresenta, per la nostra zona e per la Carnia intera, la pagina più amara e più nascosta della Grande Guerra.
Il processo contro 80 alpini, formalmente imputati del reato di rivolta (quando fu invece reato di  ammutinamento), si aprì infatti nella chiesa di Cercivento alle ore 17 del 29 giugno 1916, si concluse alle ore 24 del 30 giugno. La sentenza venne emessa alle 3 del mattino del 1° luglio e la fucilazione dei 4 alpini venne qui eseguita due ore dopo, proprio qui, su questa spianata, a ridosso del cimitero di questo paese.
Nel brevissimo volgere di poche ore (37, per la precisione) in questo luogo si celebrò un processo, si emise una sentenza inappellabile, si eseguì una condanna a morte per fucilazione.
Non intendo stasera ripetere ciò che dissi qui gli anni scorsi, quando sintetizzai il mio lunghissimo e tortuoso viaggio nella burocrazia italiana alla ricerca della verità e della riabilitazione, nel disinteresse pubblico, nella ipocrisia di molti, nella comprensione di pochi.
Lo scopo di questo mio lunghissimo e accidentato iter era quello di recuperare la dignità per la persona di mio prozio Ortis Silvio, restituendogli quell’onore di cui era stato tragicamente e ingiustamente privato.
Desidero ricordare stasera solo gli ultimi tre avvenimenti che costituiscono gli ultimi tre anelli di una lunga catena, che iniziò nell’ormai lontano 1988 (esattamente 23 anni fa) e che ancora non è per nulla terminata, perché la riabilitazione postuma per i 4 alpini qui fucilati non è ancora stata ufficialmente asseverata.
Ecco questi tre ultimi anelli:

- Luglio 2003. Al Mittelfest di Cividale, presieduto quell’anno dal nostro carissimo amico Marino Plazzotta, cui va il mio affettuoso ricordo, si mandò in scena l’atto unico intitolato PRIMA CHE SIA GIORNO, di Carlo Tolazzi, con Massimo Somaglino e Riccardo Maranzana. Questo teatro, che disvelò al grande pubblico la tragica vicenda di due dei 4 alpini fucilati, venne poi riproposto in molti paesi di Carnia (Cercivento, Timau, Ravascletto…) e in molte città d’Italia, ovunque raccogliendo amplissimi consensi e fu positivamente recensito dalle pagine culturali dei più prestigiosi quotidiani italiani.

- 19 Febbraio 2005: finalmente anche il comune di Paluzza, su sollecitazione del sottoscritto allora vicesindaco, ebbe il coraggio civico di intitolare una via a due dei 4 alpini fucilati e precisamente a: ORTIS SILVIO di Naunina  e MATIZ BASILIO di Timau.

- 15 marzo 2010: il messo giudiziario militare notifica all'attuale Ministro della Difesa, La Russa, che la sua istanza per la revisione del processo a carico dei 4 alpini di Cercivento (presentata il 6 novembre 2009 dallo stesso Ministro a Russa) è stata rigettata poichè tutta la documentazione predisposta in vista del rifacimento del processo è stata derubricata a un insieme di "pubblicazioni, di carattere storico o letterario, nelle quali viene prospettata una diversa ricostruzione dei fatti". Le dichiarazioni raccolte a partire dal 1971, provenienti "da persone che potevano fornire informazioni direttamente apprese" sono state considerate "generiche" e prive di valore legale perchè non verbalizzate dalla "autorità giudiziaria o dalla polizia giudiziaria". Il procuratore generale militare Ferrante ha così potuto argomentare che "non erano state proposte nuove prove, sopravvenute alla condanna, che sole o unite a quelle già valutate dimostrassero che i condannati debbano essere prosciolti". Esattamente 94 anni dopo i tragici fatti, la condanna viene così nuovamente riconfermata, nonostante la mia lunghissima battaglia, che, in questo lungo arco temporale di 23 anni, ha prodotto una puntuale e circoscritta documentazione come dimostrano le note pubblicazioni. A nulla è valso tutto ciò. Una diversa soluzione del caso avrebbe consentito a tutti gli interessati (parenti e autorità militare) una uscita onorevole e dignitosa; in questo modo invece si è voluto restare tenacemente e pervicacemente ancorati a formalismi giuridici asettici e freddi quando invece avrebbe dovuto prevalere un atteggiamento più umano e certamente più adeguato alla società civile odierna.

 

La stele scoperta il 1° luglio 2011 a Cercivento

- Oggi 1 luglio 2011, quando ormai tutto pareva conchiuso e definitivamente seppellito, riemerge oggi con inatteso vigore questo ultimo importantissimo anello che mi stimola e mi commuove perché viene a dare un senso ed un sigillo alla mia lunga catena di speranza, forgiata con ostinazione e caparbietà, che riterrò terminata solo quando giungerà la RIABILITAZIONE POSTUMA di Ortis Silvio e degli altri 3 alpini con lui fucilati, anche se so perfettamente che ormai questo traguardo resta poco più che un’utopia.
Questa stele, che oggi andiamo a scoprire, suggerisce varie riflessioni che cerco ora di esprimere in sintesi:
la stella alpina rappresenta certamente il contributo di sangue che gli alpini e gli alpigiani hanno versato nella grande guerra  a favore della patria italiana che tuttavia, in questo specifico caso, più che madre patria si è dimostrata matrigna-patria, non avendo voluto riconoscere le ragioni e le motivazioni da me portate a favore del mio pro zio Silvio Ortis. Ma questa stella potrebbe rappresentare anche la rosa dei venti, quasi a voler indicare la universalità di questo messaggio di pace e di riconciliazione, diramato verso tutti i punti cardinali, quasi ad esprimere la tensione civile e morale di questo angolo d’Italia, indirizzata verso tutti i popoli confinanti ed anche oltre.
Dietro la stella, appare una figura che evoca immediatamente le penne di un uccello che potrebbe essere anche una colomba di pace, dal chiarissimo significato. Qualcun altro potrebbe invece vedere le canne di un cannone stilizzato o le fiamme di un fuoco che scaturisce dalla ruota in movimento, simbolo della storia umana che progredisce generando sempre lutti e rovine, o addirittura una "stella cometa" che indica la via…
Questo spazio sacro, che si appresta a divenire un piccolo parco della rimembranza e della meditazione, acquista oggi un’ulteriore valenza storica ed umana che dovrebbe spingere tutti a più elevati pensieri…
Non credo di dover aggiungere altro ma debbo qui ribadire che a seguito di questa mia battaglia ultraventennale, sono persuaso che ciò che era stato finora percepito come infamia e vergogna si sia oggi tramutato in un simbolo di consapevolezza e di autocoscienza per un popolo che è sempre stato usato come carne da lavoro o carne da cannone.
Oggi fortunatamente non è più così, perché la Carnia ha nel frattempo acquistato coscienza di sé stessa, della propria storia, dei propri diritti, avendo conosciuto assai bene i propri doveri ed avendo ad essi egregiamente adempiuto in guerra e in pace.
Forse, in tutto questo, un qualche merito ce l’hanno anche i 4 alpini, frettolosamente qui fucilati dal piombo amico.

 

Mario FLORA
Pronipote di Silvio Ortis
1 luglio 2011

2014
Inaspettatamente si apre una nuova fase in vista del Centenario
A Cercivento sorge un Comitato spontaneo per la riabilitazione dei 4 alpini

Si riporta integralmente il verbale della prima riunione di un Comitato, catalizzato dal giornalista Luciano Santin, cui stanno aderendo varie personalità (grassetti redazionali):

"Cercivento, 25 luglio 2014.
Prima riunione del Comitato per restituire l’onore ai quattro alpini fucilati il primo luglio 1916.
L’incontro inizia alle ore 19.15. Sono presenti: Anziutti, Carpenedo, Corleone, De Monte, Della Pietra, Di Piazza, Garibaldi e Santin. Assenti giustificati: Calderoni, Corona, Flora, Malattia, Milanese, Somaglino, Rumiz e Zanini
Si decide che il Comitato avrà sede al Bosco di Museis, che la sua composizione è aperta e che sarà presieduto da Isabella De Monte.
Si apre la discussione sulle ragioni da esporre nella richiesta di riabilitazione della memoria dei quattro alpini di Cercivento e dei moltissimi altri soldati che hanno perso la vita in simili circostanze; a parere di tutti, dette circostanze sono costituite dal fatto che si è trattato di “fucilazioni per l’esempio”, senza gravi colpe dei condannati, nell’errata convinzione del comando supremo che fossero questi gli esempi di cui vi era bisogno. Nel caso dei fatti del Cellon questa mancanza di diretta responsabilità dei condannati risulta di particolare evidenza.
Si esamina quindi il problema della via da seguire nella richiesta di riabilitazione, ovvero di restituzione dell’onore ai quattro alpini fucilati. La prima ipotesi analizzata è quella dell’istanza diretta al Capo dello Stato, istanza supportata da delibere di enti (Comuni di Cercivento, Forni di Sopra, Maniago e Paluzza, Comunità montana, Provincia di Udine e Regione FVG), alcuni dei quali si sono già dichiarati disponibili ad un tanto, esposta in un testo per quanto possibile concordato con il destinatario al fine evitare di incappare nel fallimento delle precedenti iniziative.
Una seconda ipotesi presa in considerazione prevede un contatto con l’on. Franco Marini, presidente del Comitato per le celebrazioni nel centesimo anniversario della Grande guerra, per verificare se lo stesso intenda farsi carico della richiesta di riabilitazione, facendo propria l’istanza. Va da sé che in tal caso il promotore risulterebbe più autorevole e la richiesta assumerebbe un maggiore significato.
Viene deciso di cercare sostegno da parte della stampa, e di raccordarsi al dottor Sergio Dini, sostituto procuratore della Repubblica a Padova (ed ex pm militare), che di propria iniziativa, e assieme ad alcuni colleghi, ha chiesto al Ministro della Difesa di procedere in senso analogo. Dini, nel suo appello, ha citato Cercivento e si è già detto disponibile a ogni forma di collaborazione.
Si conclude che è necessario che De Monte e Corleone contattino l’on. Marini ed il consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, prof. Lupo, per mettere il Comitato in condizione di prendere una decisione definitiva.
L’incontro termina alle ore 20.45".


Ed ora si riporta integralmente la prima bozza della istanza da rivolgere al Presidente della Repubblica, stilata dal gruppo di lavoro e sottoposta alla visione/modifica/approvazione del Comitato:

"Signor Presidente,
l’Italia ricorda in questi giorni, e lo farà ancora per quattro anni, il centenario della Prima guerra mondiale, un olocausto europeo per il quale non è stata coniata definizione più efficace di quella pronunciata da Papa Benedetto XV: l’inutile strage.
Tra i milioni di vittime militari ce ne fu anche un certo numero che cadde perché passato per le armi, a volte dopo sentenze frettolose o “esemplari” emesse dai tribunali militari, a volte “giustiziati” sul posto, senza nessun tipo di processo.
Giovani che, in un momento in cui era preteso il massimo dell’abnegazione e dell’eroismo, sino al consapevole sacrificio di sé, cedettero al richiamo dell’istinto di conservazione, il più forte nella specie umana.
Nella confusione, nel terrore, nel pensiero della famiglia, tentarono di schivare la morte, una cosa che, in tempo di pace, appare la più naturale e giusta che si possa e debba fare. Vennero, per questo, uccisi, e condannato al disonore.
Tre lustri fa, a Craonne, luogo di massacri e di diserzioni, il premier francese Lionel Jospin cancellò questa damnatio memoriae. Disse che alcuni uomini, sfiniti dagli attacchi e consapevoli di essere inesorabilmente destinati al sacrificio, scivolando nel fango impastato di sangue e, insieme, in una disperazione senza speranza, avevano rifiutato di essere mandati al macello.
“Questi soldati fucilati in qualità di esempio, nel nome di una disciplina il cui rigore è stato pari solo alla ferocia dei combattimenti, vengono oggi pienamente reintegrati nella memoria collettiva nazionale”.
Da alcuni anni, in Friuli, varie persone, parti politiche e amministrazioni, chiedono un gesto di clemenza postuma nei confronti di quattro alpini del battaglione Tolmezzo, fucilati a Cercivento, per aver controproposto a un attacco suicida, alla cima del Cellon, che sovrasta il passo Monte Croce Carnico, un attacco notturno con il favore delle nebbie.
Reiteriamo questa istanza, Signor Presidente, chiedendo che venga allargata a tutti i condannati dai tribunali militari, per reati in qualche modo connessi con il rifiuto della violenza e del conflitto. Ciò sull’esempio di quanto fatto da Francia e Inghilterra, e in ragione della mutata sensibilità nazionale nei confronti della guerra, luminosamente affermata dall’articolo 11 della Costituzione, così come delle recenti modifiche legislative che escludono, in Italia, la pena di morte anche nel caso di guerra.
Fiduciosi nella Sua disponibilità ad un atto di comprensione e di umana pietà, nei modi e nei limiti che Ella crederà di scegliere, per restituire l’onore a questi caduti italiani nella Grande guerra, ci firmiamo con osservanza".


2014
L'odg della Provincia di Udine a sostegno della riabilitazione dei 4 alpini

Si riporta integralmente il testo dell'ordine del giorno approvato all'unanimità dal Consiglio Provinciale di Udine:

"Il Consiglio Provinciale di Udine ha approvato all’unanimità l’odg che impegna il presidente ad associarsi alla richiesta di riabilitazione postuma degli alpini uccisi il 1° luglio del 1916 dopo un processo sommario che, anziché riconoscere l’estraneità ai fatti degli imputati, li condannò a morte.
Riabilitare la memoria degli alpini appartenenti alla 109^ compagnia M. Arvenis ingiustamente condannati e uccisi presso il passo di Monte Croce Carnico il 1° luglio del 1916. Per questo il Consiglio provinciale, a voti unanimi, ha approvato l’odg presentato dai consiglieri capogruppo Renato Carlantoni (Fi), Mauro Bordin (Lega Nord) e Stefano Marmai (Udc). Con l’approvazione dell’odg, il presidente della Provincia Pietro Fontanini si impegna ad associarsi alla richiesta e a sostenere , in tutte le sedi opportune, le iniziative intraprese o da intraprendere da parte dei vari Comuni, finalizzate a riportare la verità storica a riparazione della memoria dei quattro alpini la cui immagine è lesa da ormai troppo tempo e ridare un po’ di pace negli animi di tutti coloro i quali hanno ingiustamente sofferto per queste morti.
Come detto, i fatti risalgono alla prima guerra mondiale quando quattro Alpini – Gaetano Silvio Ortis di Paluzza, Basilio Matiz di Timau di Paluzza, Giovanni Battista Coradazzi di Forni di Sopra, Angelo Primo Masssaro di Maniago - furono fucilati dopo un processo sommario. Secondo le ricostruzioni il processo nel quale si decise la condanna a morte dei quattro militari si svolse scorrettamente. È stato altresì appurato come gli alpini fossero del tutto estranei ai fatti contestati. Come ampiamente comprovato da successive indagini storico-archivistiche, vi fu un’ingiusta condanna. Ai giovani veniva contestato il reato di rivolta e non quello più aderente di ammutinamento. Essi infatti si rifiutarono di eseguire un assurdo ordine, da tutti successivamente giudicato insensato e foriero di inutile strage.
Per questo nel 1997 il Comune di Paluzza aveva approvato una mozione con cui domandare al Presidente della Repubblica la riabilitazione postuma degli alpini. Nel 2000 la Commissione Difesa del Senato ha annunciato la revisione del processo. Illustri esponenti della montagna come il giornalista Paolo Rumiz, lo storico Andrea Zuliani e lo scrittore Mauro Corona di recente hanno domandato una chiara presa di posizione. Un mese fa il sindaco di Forni di Sopra Lino Anziutti ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica. Per questo l’assemblea provinciale ha deciso di affiancarsi nella richiesta corale di riabilitazione postuma per restituire dignità agli alpini uccisi dai propri commilitoni e soprattutto rimediare ad una situazione di grave ingiustizia perpetrata nei confronti delle famiglie dei caduti".


Patrizia Pauletig
Segreteria Presidenza
Provincia di Udine
0432.279431

 

Nota redazionale a margine
Qualsiasi contributo, da qualsiasi parte esso provenga, volto al raggiungimento dello scopo che si era prefisso Mario Flora nell'ormai lontano 1988, risulta sempre oltremodo utile e necessario.
Potrà dunque avvenire che, in occasione delle celebrazioni del Centenario della Grande Inutile Strage, anche i 4 alpini possano vedere riconosciuta la loro dignità (finalmente, anche se con 100 anni di ritardo!).
E Mario Flora, dopo aver perso tutte le battaglie, sorprendentemente potrebbe avviarsi a vincere la guerra!

 

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