Il tratto anticattolico del
RISORGIMENTO ITALIANO

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Quest'anno 2011 è stato celebrato il 150° anniversario dell'unità di Italia. A seguito di questo evento storico-culturale, ho voluto approfondire la questione del Risorgimento italiano da una diversa prospettiva che finora è stata tenuta in scarsa considerazione sia dai mezzi di informazione che dalla storiografia ufficiale, tranne rarissime e lodevoli eccezioni, rappresentate per lo più dalle precise e puntuali pubblicazioni della Editrice Ares.

 

I Plebisciti
Ritengo preliminarmente necessario accennare ai plebisciti (caratterizzati da comprovate irregolarità formali e sostanziali) che hanno ratificato negli anni 1859-66 le annessioni delle varie regioni italiane al Regno di Sardegna. Cito qui i due maggiori autori che hanno lasciato nella mia memoria un segno profondo e che sono andato a rileggere:
-DENIS MACK SMITH (inglese, protestante, antipapista, il maggiore storico del nostro Risorgimento) ha scritto (ed io ho letto): Storia d’Italia 1861-1969 (1985); Il Risorgimento italiano (1987); I Savoia re d’Italia (1990); Le guerre del duce (1985); Garibaldi (1994), Storia d’Italia 1861-1997 (1999). Dei plebisciti l’autore scrive così nell’edizione 1985 della Storia d’Italia:

Pag. 48: “Il fine -egli (Cavour) disse- è stato santo e ciò varrà forse a giustificare l’irregolarità dei mezzi cui abbiamo dovuto ricorrere”… sanzionando il fatto compiuto con i soliti frettolosi plebisciti”. 
Pag. 105:”I plebisciti regionali del 1859-60 avevano sempre dato una maggioranza del 99% in favore dell’Italia una e indivisibile ma destava sospetto il fatto che così pochi elettori avessero dato un voto negativo. Spesso i registri elettorali non erano stati redatti nella maniera dovuta cosicchè era stata chiamata a votare e in effetti votò gente di ogni età sesso e paese. I giornali di opposizione erano stati imbavagliati e siccome il voto era pubblico e la maggior parte dei votanti non erano in grado neppure di leggere le loro schede elettorali, era aperto il campo all’influenza delle autorità preposte che avevano già prestato giuramento di fedeltà a Vittorio Emanuele II e che non si preoccupavano nemmeno di fingere imparzialità. I proprietari terrieri e gli ufficiali della guardia nazionale condussero spesso i loro uomini a votare in blocco… Molti osservatori stranieri furono d’avviso che la maggior parte degli elettori meridionali in grado di comprendere quali questioni erano in gioco, volessero l’autonomia locale… In alcuni casi i contadini siciliani il giorno delle votazioni si dettero alla montagna…”.
Pag. 128: “...nell’ottobre 1866 l’Austria fece dono del Veneto a un commissario francese; comunque l’inevitabile plebiscito che seguì diede come risultato 647.426 voti favorevoli e soltanto 69 contrari (su una popolazione di 2.603.009 abitanti)…  Garibaldi si infuriò perché i veneti non si erano sollevati per proprio conto neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo…”.
Pag. 143: …Rattazzi… nel 1867 ancora una volta sperò che Roma si sarebbe sollevata di propria iniziativa ed avrebbe dichiarato la propria annessione all’Italia con un plebiscito addomesticato…”.
Pag. 149: …su una popolazione di 220.000, gli aventi diritto al voto erano 167.000 di cui 133.000 approvarono l’annessione e solo 1500 si dichiararono contrari. Quanti credevano nei plebisciti potevano ora sentirsi più tranquilli”.

-INDRO MONTANELLI (ateo, anticlericale quanto basta, patriota cristallino) ha scritto una ponderosa Storia d’Italia in tantissimi volumi. Del volume L’Italia del risorgimento (1990) cito solo:
Pag. 390: ...direttive draconiane furono impartite dai governi provvisori. Ricasoli con una Circolare ai Prefetti, decretò la mobilitazione in massa dei fattori che stanassero i contadini con le buone o con le cattive dalle loro case e li conducessero indrappellati alle urne. L’operazione venne condotta a fondo con metodi da regime totalitario e lo si vide nei risultati. In Toscana votò più del 73% degli elettori e per l’annessione furono 367.000 contro 20mila. In Emilia andò anche meglio: votò l’81%, 426mila per l’annessione, 1500 contro”.

Nel 1866, alla notizia della pace avvenuta tra Austria e Italia e della successiva annessione del Friuli al Regno dei Savoia (144.988 voti a favore e solo 36 contrari), nella nostra regione “non vi fu la più piccola manifestazione, come se si fosse trattato di una pace tra la Cina e il Giappone” confessò sconsolato e stupito Quintino Sella, commissario italiano in Udine.

La soppressione dei Gesuiti
L’Italia è l’unico Paese d’Europa (e non solo dell’area cattolica) la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenuti in aperto e feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale. L’incompatibilità tra patria e religione, tra Stato e Cristianesimo, è in un certo senso un elemento fondativo della nostra identità collettiva come Stato nazionale”: così si espresse Ernesto Galli della Loggia (politologo ed intellettuale di sinistra) in un saggio comparso su Il Mulino (n. 349, 1993).
Il processo storico culminato con l’annessione al Regno di Sardegna di tutti i territori della penisola si svolse infatti contestualmente ad un’aspra battaglia condotta in Parlamento e nella società civile contro gli ordini religiosi cattolici, avviata sia per motivi economici (urgenti necessità finanziarie per la guerra di Crimea) sia per motivi politici (accreditarsi presso le potenze europee anticattoliche-giacobine come Francia e Belgio, o protestanti come Inghilterra e Germania) sia infine per preparare l’assalto finale al potere temporale del papa quale atto preparatorio alla cancellazione (anche spirituale) della chiesa cattolica da sostituire con il “libero e scientifico pensiero massonico”, con cui modificare il quadro socio-culturale della nazione in senso anti- o acattolico (“L’Italia è fatta, ora occorre rifare gli italiani”) per realizzare una religione civile dotata perfino di una sorta di liturgia patriottica e secolarizzata. E così, mentre il Piemonte sta perdendo la prima guerra d’indipendenza (iniziata il 23 marzo 1848 con la dichiarazione di guerra all’Austria da parte di Carlo Alberto) la Camera di Torino, in questo drammatico frangente, non trova di meglio che discutere animatamente sulla necessità di estirpare dal Regno, in modo efficace e definitivo, i Gesuiti (paragonati alle vespe dall’avvocato Leopoldo Bixio nel suo intervento) e gli altri ordini affini, definiti sprezzantemente gesuitanti. Infatti, nello stesso 1848 (quindi ben 13 anni prima dell’ unità d’Italia e addirittura 22 anni prima della breccia di Porta Pia!), il parlamento del Regno di Sardegna sopprime per legge l’ordine dei Gesuiti, delle “gesuitesse e dei gesuitanti”, importante grimaldello per scardinare il complesso edificio della chiesa cattolica, incamerandone tutti i beni. Voglio qui ricordare che il Parlamento sabaudo è formato dal Senato (che è di esclusiva nomina regia)  e dalla Camera che viene eletta a suffragio “universale”: infatti su una popolazione di 4.325.666 cittadini, hanno diritto al voto in 90.839 (il 2%)! Non male per uno stato liberal- democratico che viene eretto (ancora oggi) a modello di monarchia costituzionale.

Superstizione o profezia?
Negli immediati anni successivi, la politica pesantemente anticattolica del regno di Sardegna, perseguìta tenacemente dalla maggioranza liberal-massonica, avanza decisa. A partire dal 1850 la situazione diventa sempre più insostenibile: moltissimi parroci e vescovi vengono incarcerati senza processo per motivi banali e inconsistenti; l’arcivescovo di Torino, Fransoni, e quello di  Cagliari, Marongiu, vengono dapprima imprigionati e poi definitivamente esiliati (moriranno in esilio). Vengono proibite le processioni pubbliche e l’atto dell’elemosina; viene imposta la censura sulle direttive e le circolari dei vescovi; è vietata la stampa e la pubblicazione delle encicliche papali; ai vescovi non è consentito di recarsi a Roma; è sotto controllo statale perfino l’insegnamento della teologia nei pochi seminari rimasti aperti… Verso la fine del 1854, di fronte a tanto odio militante contro la chiesa cattolica, anche don Bosco è assai turbato e fa alcuni sogni premonitori; avverte di questo il re Vittorio Emanuele II (anche con scritti personali) supplicandolo di non approvare la legge in itinere contro gli altri ordini religiosi cattolici, preannunciandogli in caso contrario gravi lutti per la Corte sabauda (“Dicit Dominus: erunt mala super mala in domo tua; Dice il Signore: vi saranno mali su mali sopra la tua casa”). Il Re inizialmente non si impressiona ma, nel breve volgere dei primi 5 mesi del 1855, la Corte torinese subisce questi gravissimi lutti:
- il 12 gennaio muore la regina madre Maria Teresa di 54 anni;
- il 20 gennaio muore la regina consorte Adelaide di 33 anni; il Re è spaventato e il 9 febbraio scrive a Pio IX dicendosi “disposto” a bloccare l’iter della legge;
- il 10 febbraio muore il fratello del re, Ferdinando di 33 anni;
- il 17 maggio muore l’ultimogenito del re, Vittorio Emanuele di soli 4 mesi, mentre l’iter legislativo prosegue come un rullo compressore.
Don Bosco predice anche la fine della dinastia Sabauda in Italia (“La famiglia di chi ruba a Dio non giunge alla quarta generazione) che puntualmente si verificherà poi nel 1946.

La soppressione degli altri ordini religiosi
Nonostante questi incredibili fatti luttuosi, il 29 maggio 1855 sono soppressi nel Regno di Sardegna tutti gli ordini contemplativi e mendicanti (Agostiniani, Carmelitani, Lateranensi, Certosini, Benedettini, Cistercensi, Olivetani, Minimi, Minori conventuali, Minori osservanti, Cappuccini, Oblati, Passionisti, Domenicani, Mercedari, Servi di Maria, Filippini, Clarisse, Benedettine, Cappuccine, Carmelitane, Crocifisse benedettine, Domenicane, Terziarie francescane, Battistine…). I conventi sono trasformati spesso in caserme e manicomi. Le biblioteche sono disperse ed i libri (spesso anche quelli antichi) finiscono spesso ai droghieri che li usano per avvolgere la merce…  Due mesi dopo, il 26 luglio 1855, il Re viene scomunicato da Pio IX, insieme a tutti coloro che hanno approvato la legge di espulsione dei religiosi e di soppressione dei conventi. I beni degli stessi (derivanti da spontanee donazioni e lasciti dei fedeli nei secoli precedenti) sono immediatamente incamerati dallo Stato piemontese, anche se ne beneficeranno concretamente le nuove èlites dirigenti borghesi (politiche ed economiche) torinesi, già arricchitesi con le precedenti espropriazioni napoleoniche e che in questa occasione (pagando pochissimo una ampia ed immediata disponibilità di case, palazzi e terreni) costituiranno la solidissima base di una straordinaria ricchezza che diverrà generazionale, perdurando fino ai nostri giorni per alcuni casati. A questo proposito è istruttivo sapere come la pensa Antonio Gramsci, fondatore del PCI, che così scrive nella sua opera “Il Risorgimento” Editori Riuniti 1971, a pag. 134: “E’ vero che i liberali non distribuirono i beni ecclesiastici tra i contadini ma se ne servirono per creare un nuovo ceto di grandi e medi proprietari legati alla nuova situazione politica, e non esitarono a manomettere la proprietà terriera ma solo quella delle Congregazioni cattoliche”. Questa espropriazione dei beni ecclesiastici crea subito un effetto di totale estraniazione delle masse rispetto allo Stato (non a caso il Risorgimento italiano sarà un movimento elitario delle classi elevate e borghesi), perchè la stragrande maggioranza dei beni degli ordini soppressi venivano utilizzati dalla Chiesa per pagare le spese di educazione e l’assistenza sociale ai ceti più poveri e abbandonati, completamente ignorati e trascurati dallo Stato sabaudo, ma accolti e gratuitamente curati nelle case dei vari: don Giovanni Bosco, don Giuseppe Cafasso (alcuni paramenti del quale sono conservati alla Mozartina di Paularo), don Giuseppe Cottolengo, don Leonardo Murialdo, divenuti poi i grandi santi sociali dell’Ottocento piemontese!

La farina del diavolo va in crusca
Tutti i beni ecclesiastici confiscati furono dunque incamerati nella cosiddetta Cassa Ecclesiastica del Regno. L’asse ecclesiastico sequestrato fu stimato nel 1855 in circa 10 milioni di lire, su cui il Governo piemontese faceva gran conto per rimpinguare le esauste casse del regno. Ebbene nei soli tre anni seguenti, la cassa Ecclesiastica, anziché restare in solido attivo, accusò nel 1858 un passivo di ben 2.811.295 lire! Infatti tutti i beni immobili (ma anche opere d’arte e libri antichi) non furono venduti al loro prezzo di mercato ma, al fine di realizzare immediata liquidità, furono svenduti alla ricca borghesia liberal-massonica, della quale sempre Antonio Gramsci, in occasione della discussione sulla massoneria il 16 maggio 1925, alla Camera dei Deputati, dirà tra l’altro: La massoneria in Italia ha rappresentato l’ideologia e l’organizzazione reale della classe borghese capitalistica… La massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo”. E lo è probabilmente tuttora. Sappiamo bene infatti che anche oggi una precisa e consistente produzione o tentata produzione legislativa (aborto, eutanasia, fecondazione eterologa, embrioni soprannumerari, matrimoni gay…) trae ancora linfa e sostanza da quel filone massonico anti-cattolico e radicale tuttora ben presente nelle pieghe del nostro Parlamento.

L’azione anticattolica in Italia
L’8 dicembre 1864 (dopo ben 16 anni di persecuzione anticattolica) Pio IX promulga l’enciclica “Quanta cura”  con l’allegato “Sillabo” che è un lungo elenco di dottrine, idee e affermazioni condannate dalla Chiesa: nulla di nuovo rispetto a quanto essa va ripetendo da lungo tempo in materia di pantesimo, razionalismo, naturalismo, giacobinismo, socialismo, comunismo, liberalismo... Dopo l’uscita del Sillabo, il piemontese don Bosco tenta un’ultima mediazione tra il papa e il re, specie per risolvere la spinosissima questione delle sedi vescovili italiane vacanti da molto tempo, tra cui quelle di Torino Milano e Bologna: nel 1865-66 infatti, su 229 sedi vescovili, ben 108 sono senza pastore, 45 vescovi sono in esilio, ed a 17 non è stato consentito dal governo italiano di prendere possesso della propria diocesi… La lotta acerrima contro le congregazioni religiose termina il 7 luglio 1866 quando, all’indomani della III guerra di indipendenza, il Regno d’Italia (di cui fa parte ora anche il Friuli) abolisce tutti gli ordini religiosi e confisca i loro beni su tutto il territorio nazionale; la stessa sorte toccherà anche a Roma nel 1873, tre anni dopo la sua occupazione, quando non vi sarebbe stata più alcuna necessità né politica né economica ma solamente quella dettata dall’odio anticattolico, tanto è vero che i beni delle altre confessioni religiose non cattoliche presenti in Italia non vengono minimamente scalfiti. I membri degli ordini maschili e femminili cattolici (57.492 persone) sono letteralmente gettati sul lastrico e derubati di ogni avere, compresi libri, archivi, oggetti di culto, statue e quadri. Successivamente anche le cosiddette opere pie vengono sciolte: 21.766 “opere pie” e 2400 “fondazioni di culto” sono soppresse e passano di mano, nelle solite mani… Spoliazioni e persecuzioni che presentano molti punti in comune con quelle subite dalla stessa Chiesa Cattolica durante la dominazione giacobina napoleonica (in Francia ed in Europa) o di quelle sopportate nel Messico negli anni Venti del sec. XX, o nella Spagna del 1931-36: un vero e proprio progetto di scientifica decattolicizzazione forzata! E allora: come ci si può stupire se il popolo semplice resta del tutto indifferente al moto risorgimentale? come si può pensare che i preti e i vescovi italiani non si allarmino? Come si può infine pretendere che il povero e storicamente tanto bistrattato Pio IX (finalmente beatificato dalla Chiesa che ne ha compreso le intime lacerazioni) se ne resti zitto e immobile e non reagisca autorevolmente di fronte ai diritti conculcati ed alla persecuzione della sua Chiesa, emanando (a ragion veduta e con pazientissimo ritardo) nel 1874 il suo Non expedit (“Non conviene” che i cattolici si impegnino in politica…)? Ed i cattolici si sono disimpegnati a lungo (troppo a lungo?); e quando poi hanno ripreso l'impegno, non hanno sempre fatto bella figura. Tutt'altro, purtroppo, ma questa è un'altra storia.

Conclusioni
L’Italia, pur mancando di uno stato unitario, era concretamente da secoli già “unita” da un collante ben più solido e duraturo, costituito non certo dalla lingua (solo parzialissimamente unificante) ma proprio dalla religione cattolica che, pur nelle profonde differenze socio-culturali e politiche esistenti tra nord e sud, aveva saputo offrire una omogenea copertura quantomeno di tipo culturale ed etico-morale, senza la quale la successiva unità politica d’Italia mai sarebbe stata comunque possibile.
Per esemplificare il concetto, proviamo a pensare paradossalmente ad una eventuale Italia pre-unitaria che fosse stata luterana al nord, cattolica al centro, ortodossa a sud-est e islamica a sud-ovest (avrebbe potuto benissimo succedere nei secoli precedenti quel che in effetti successe nella Jugoslavia): chi mai avrebbe potuto unirla politicamente? Credo proprio nessuno, neppure il teutonico Bismarck!
Per questo sostengo che la religione cattolica, pur con tutti i suoi limiti umani e temporali, lungi dall’ostacolare l’unità, l’ha in un certo senso precostituita, prefigurata e facilitata e ne è stata poi per così dire l’invisibile catalizzatrice.
Resta ovviamente pacificamente inteso che lo Stato Pontificio ed il potere temporale del papato erano ormai del tutto anacronistici come erano anacronistici tutti gli altri Stati e staterelli della penisola, compreso il Regno di Sardegna, che non era certamente il più prestigioso, antico ed attrezzato rispetto agli altri. L’ora storica richiedeva certamente una unità anche politica dell’Italia, che non disconosco assolutamente, anche se avrei di gran lunga preferito la soluzione federalistica, variamente sostenuta allora da Gioberti, Balbo, Rosmini, Cattaneo. Una unità dunque che potesse reggere l’impatto delle nuove sfide che si profilavano all’orizzonte (Europa delle potenze, colonialismo, dirompenti problematiche sociali…).
Ma occorre anche ribadire altrettanto chiaramente che il modo ed i tempi e le circostanze con cui questa unità è stata imposta (da una agguerrita minoranza) e poi raggiunta, lasciano molti dubbi e troppe perplessità che derivano da vaste zone oscure e ancora oggi non del tutto esplorate quando non accuratamente evitate. Accettare oggi acriticamente la secolare vulgata risorgimentale, spesso reticente, a volte troppo retorica e sempre esageratamente sentimentale, non solo non è più possibile dal punto di vista prettamente storico ma diventa irragionevole anche dal punto di vista intellettuale.
“La storia, come indagine razionalmente e sistematicamente condotta su fatti, istituzioni e strutture del passato, non può essere altro che (ri)lettura, (re)interpretazione e quindi revisione continua di giudizi e di interpretazioni precedenti, illuminate dai nuovi documenti e riscontri che emergono continuamente nel corso degli anni
”.

 

Mi permetto di segnalare sommessamente alcuni titoli (da cui anche ho tratto queste "politicamente non corrette" notizie) che aiuterebbero tutti ad una maggiore comprensione della complessa vicenda risorgimentale, liberata da anacronistici ideologismi e preconcette verità:


-        Angela Pellicciari: Risorgimento da riscrivere. Liberali e massoni contro la Chiesa, Ares 1999
-        Angela Pellicciari: Risorgimento anticattolico, Piemme 2004
-        Luigi Negri: Pio IX attualità e profezia, Ares 2006.
-        Francesco Pappalardo: Il mito di Garibaldi, una religione civile per una nuova Italia, Sugarco 2010

Alfio Englaro

 

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