Dalle Pievi alle Parrocchie
 
 
Il  passaggio dalle pievi alle parrocchie in Carnia si inserisce nel processo di evangelizzazione del territorio friulano. Infatti, il cristianesimo si diffuse inizialmente solo nei grandi centri, poi da questi raggiunse via via gli altri centri minori, fino ai più piccoli villaggi di montagna
L’evangelizzazione partita da Aquileia aveva raggiunto un territorio vastissimo; perciò si era dovuto  suddividerlo in diocesi “figlie”: le prime furono Zuglio in Carnia, Concordia-Pordenone e Trento. Queste diocesi avevano comunque territori ancora molto vasti e quindi per l’amministrazione, sia pastorale che giuridica, vennero create le pievi .  
Zuglio è dunque diocesi sicuramente dal IV-V secolo, fino alla metà dell’VIII: nel 737 infatti l’ultimo vescovo fugge da Zuglio, che era sempre più minacciata dalle invasioni provenienti dal nord e sempre meno difendibile. Pochi anni dopo, la diocesi carnica è riassorbita in quella di Aquileia (che aveva in quel periodo sede a Grado) e ridiventa Pieve. 
Rimangono a San Pietro un preposito e otto canonici, cioè nove preti. Essi dovevano provvedere alla cura d’anime (predicazione del vangelo, catechesi e amministrazione dei sacramenti) e all’amministrazione giuridica di quel territorio. A turno due canonici risiedevano nella Pieve madre mentre gli altri giravano per i villaggi. Anche nelle pievi figlie, che andavano moltiplicandosi con il passare del tempo, c’erano un responsabile (pievano) ed alcuni aiutanti (presbiteri e diaconi) che a loro volta si prendevano cura della popolazione.  
Tra il VI e il XII secolo le Pievi in Carnia e Val Canale erano dodici, e costituivano l’arcidiaconato(1) della Carnia. 
 
I villaggi dunque erano visitati periodicamente da presbiteri per l’evangelizzazione e la catechesi, ma per i sacramenti e per i funerali punto di riferimento unico rimaneva la Pieve. Con il ristabilizzarsi della situazione politica e il ritorno della tranquillità, la Carnia conobbe un certo incremento demografico e un miglioramento delle condizioni economiche e di vita.  
Già verso la fine dell’XI secolo cominciano a sorgere nei villaggi delle cappelle, di proprietà della comunità locale, dove dapprima si celebra ogni tanto la messa domenicale, ma che con il passare del tempo ospitano in modo fisso un cappellano, cioè un incaricato del pievano che progressivamente, su richiesta degli abitanti del villaggio, ha sempre maggiore autonomia dalla pieve. Gli spostamenti alla Pieve sono infatti non sempre facili, soprattutto d’inverno e per gli abitanti dei villaggi più lontani, così che molti capifamiglia chiedono ed ottengono che nei villaggi si possano anche amministrare i sacramenti. Ben presto le cappelle ottengono il battistero, il cimitero e un sacerdote residente e diventano così parrocchie.  
La parrocchia diventa indipendente dalla Pieve, ma continua a rimanere legata a questa: vengono mantenuti alcuni obblighi di tributi e di partecipazione ad alcune feste comuni  
Una particolarità interessante è che l’amministrazione dei beni delle parrocchie era affidata ai laici. La comunità eleggeva per votazione, una volta all’anno, il consiglio dei fabbricieri; a capo del consiglio c’era il cameraro, a cui spettava la responsabilità dell’intera parrocchia. Spesso il consiglio, o il cameraro, o l’intero gruppo dei capifamiglia aveva pure il privilegio di scegliersi il parroco. Questo diritto sarà soppresso in modo ufficiale solo dopo il Concilio Vaticano II, con il nuovo Codice di Diritto Canonico, anche se era ormai scomparso da almeno due secoli. 
 
(1) ARCIDIACONATO la diocesi di Aquileia era molto vasta e perciò per poterla amministrare bene era stata divisa in dodici arcidiaconati. Un arcidiaconato corrispondeva all’insieme delle pievi di un dato territorio, sotto la guida di un arcidiacono, la cui autorità era quasi come quella del vescovo. Spesso, anche più di una volta all’anno tutti gli ecclesiastici di un arcidiaconato si riunivano in sinodo per discutere e risolvere ogni sorta di questione di tipo pastorale e teologico. L’arcidiacono amministrava anche i beni delle chiese e delle confraternite e gestiva le cause legate ai testamenti; questo compito era svolto durante le visite alle singole pievi, in riunioni chiamate placiti di cristianità, a cui dovevano partecipare tutti i capifamiglia del territorio della pieve. 
 
A cura di Raissa Del Bon e Micaela Unfer 
Da G. Burba, Le Pievi del Friuli, Rivista Diocesana Udinese, n. 6, 1997;  
M. Marra, San Pietro in Carnia, Comune di Zuglio