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Nobiltà e castelli
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IL FEUDALESIMO IN CARNIA
I feudi erano proprietà privilegiate concesse dal sovrano o signore ai suoi dipendenti o vassalli, con la promessa di assistenza e protezione in cambio del giuramento di fedeltà e obbedienza. Il patriarca di Aquileia ebbe in concessione dall’imperatore la contea del Friuli e quindi divenne anche signore della Carnia. Il patriarca aveva il potere di concedere beni, il potere giuridico, il dovere di proteggere e difendere gli abitanti della Carnia.
Oltre ai territori patriarcali, in Carnia c’erano le arimannie.
Il patriarca distribuì in feudo (riservandosi un censo) o vendette del tutto molti dei suoi beni e diritti fondiari o signorili. Di conseguenza molte persone, famiglie e anche enti ecclesiali (ad esempio monasteri) non carnici potevano avere qui dei possedimenti.
Si venne in seguito costituendo in Carnia una speciale categoria di persone: i ministeriali, chiamati più comunemente GISMANI. Infatti, il patriarca di Aquileia, che da una zona prevalentemente montuosa, qual era la Carnia, non ricavava molte rendite a causa della povertà dei terreni e della scarsa densità di popolazione, introdusse l’uso di investire a titolo feudale perpetuo a singole persone alcuni suoi territori (prati, boschi, case, mulini). Questi vassalli avevano l’obbligo di giurargli fedeltà e di servirlo in tempo di guerra (uno o più soldati armati a cavallo in base alla grandezza del feudo). Questa classe sociale stava per importanza a metà tra la nobiltà e i proprietari ed era costituita principalmente da agricoltori e artisti.
Alcuni studiosi sostengono che i gismani avessero voce in parlamento, poiché si riscontra la loro presenza in ben quattro liste di partecipanti all’assemblea (nella prima si parla di “ministeriales de Carnea”; nella seconda dei minsteriali di Socchieve e Legio; nella terza e quarta di “illi de Socchieve, Guerta, Luincis”). C.G. Mor conferma che al principio del Trecento gli “habitatores” dei vari castelli sono presenti nel Parlamento della Patria (per la Carnia ricorda Socchieve). Un documento ufficiale del tardo medioevo invece lo nega esplicitamente: i gismani non partecipavano al parlamento perché non pagavano tasse militari.
Secondo G. Zanier si potrebbero conciliare le due ipotesi confermando una presenza nella vita politica da parte dei gismani solo nel Trecento e parziale riguardo alle persone, in quanto non vengono nominati i gismani e i due quartieri di San Pietro.
I CASTELLI NELLA VALLE DEL BûT
Nella valle del But, come nelle altre vallate, alcuni gismani avevano i loro castelli. A sud-est del paese di Sezza, sopra Zuglio, affiorano i resti di un fortilizio; Tito Miotti suppone che il fortilizio sia sorto forse al tempo della decadenza dell’impero romano, per opera degli abitanti di Zuglio, mentre il Mor sostiene che la fortificazione sia opera dei componenti dell’arimannia longobarda che probabilmente c’era a Sezza, che poi è stata possedimento dei gismani.Nel medioevo anche Arta ebbe un suo castello, o per meglio dire una casa ncastellata, situata forse in vicinanza dell’attuale cimitero. Di Manzano ci ha lasciato qualche notizia anche sui castellani. Nel 1307 Tolmezzo chiede aiuto alle comunità carniche per obbligare i castellani a terminare le rapine con cui infestavano le vie e derubavano gli abitanti. Tra i principali colpevoli di tali soprusi è nominato Enrico di Arta. Qualche anno dopo, Marsilio di Arta, fatto cittadino di Cividale, lascia la casa incastellata a Corrado Ruggero di Verzendo di Arta. La possibile collocazione del castello in prossimità del cimitero è pensabile grazie alle tracce dei muri,di oggetti in metallo e a una moneta del patriarca Bertrando (supposizione di Giovanni Gortani).Di Manzano riferisce che nel 1221 i fratelli Enrico e Tommaso di Candussio trasferirono il dominio di metà della valle di Cossigiano a Enrico, signore del castello di Sutrio, situato dove si trova la chiesa di Ognissanti. Questo castello era ben fortificato e protetto da molta vegetazione.Chiude la valle del But il Castrum Moscardum (castel Moscardo). Un documento del 1386 dice che nella gastaldia della Carnia c’erano due castelli: quello di Tolmezzo e quello del Moscardo, che dovevano essere custoditi a spese del gastaldo. Il castel Moscardo, posto sulla strada che sale a Monte Croce Carnico, aveva il compito di difendere e controllare tutta la Carnia e il mercato, a cui affluivano stranieri e carnici. In questa zona strategica il patriarca Gregorio di Montelongo costruì il suo borgo e concesse a chi si fosse stabilito lì una posizione privilegiata, accordata anche a quelli che abitavano a Tolmezzo. In seguito vennero costruite molte fortificazioni presso la torre.Quello della torre Mostarda a presidio della valle del But, quello di Venzone per il Tagliamento e della Chiusa (Chiusaforte) per il Fella, furono i principali centri, situati tutti in una strettoia, che controllavano e difendevano la Carnia.
A cura di Ilenia Flora e Michael Galassi
Da G. Zanier, Civiltà carnica, Ente Friuli nel Mondo
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