Notai e testamenti
Nel medioevo e fino all'epoca moderna, per fare il notaio non serviva la laurea. I notai frequentavano le prime scuole in paese, dove i maestri erano i parroci. Prima si imparava a leggere, poi chi aveva abilità oppure chi lo voleva e poteva permetterselo, imparava anche a scrivere. Successivamente i notai andavano nelle scuole comunali dei paesi più grandi, dove imparavano il latino e il diritto. In seguito facevano un apprendistato in casa di un notaio. Anche i figli dei notai, nonostante potessero farlo in casa, lo esercitavano fuori paese. Così si usava anche per gli altri mestieri.
Dopo gli studi, gli aspiranti notai dovevano sostenere un esame a Udine davanti al patriarca e a quattro notai importanti e famosi. Così ottenevano il permesso di esercitare la professione, che veniva concesso dall'autorità apostolica o dall'autorità imperiale. Ciò garantiva che la persona aveva la competenza.
In questo tempo si scriveva in latino; la scrittura era il “corsivo notarile”, che è molto difficile da leggere perché usa tante abbreviazioni. La difficoltà di decifrazione deriva anche dal fatto che la punteggiatura non esisteva. La lettera iniziale del testamento era sempre la più elaborata. Alla conclusione del testamento veniva apposto un simbolo. Ogni notaio aveva il suo.
Ogni notaio aveva le sue pergamene, che erano fatte di pelle di pecora o, più raramente, di vitello. Se le procurava dal calzolaio. L'inchiostro veniva preparato con una particolare ricetta, ogni notaio ne aveva una diversa, per cui ci sono inchiostri di diverse sfumature. Quando una persona voleva fare un testamento, chiamava il notaio, che poteva anche dare dei consigli. Egli prendeva nota su un foglio di carta, poi tornava a casa e la scriveva su un quaderno, infine scriveva la bella copia su una pergamena. Il notaio faceva più copie, di cui una veniva conservata negli archivi parrocchiali. Gli archivi però potevano anche essere distrutti da un incendio oppure dai topi, che sono il loro maggior nemico. Se capitava che una persona non facesse testamento, i suoi beni andavano ai parenti più stretti; se questi non c'erano, ma succedeva molto raramente, l'eredità andava all'asta. Chi voleva modificare il testamento faceva inserire un codicillo (aggiunta al testamento); se si facevano più testamenti, aveva valore l'ultimo.
La persona che faceva testamento lasciava qualcosa anche alla chiesa. Nel 1348, quando c'è stata la grande pestilenza in Europa, e anche in Carnia, la gente, che aveva paura di ammalarsi, faceva spesso testamento. Infatti, nei nostri archivi sono conservati molti testamenti che risalgono a quell'epoca.
Si aveva occasione di fare testamento anche durante i mercati, dove il notaio arrivava con il suo banco, a disposizione di chi ne aveva bisogno. L'atto doveva essere fatto davanti a dieci testimoni (di solito artigiani) che servivano per confermare la validità del documento.
A cura di Klaudia Kolnrekaj e Cinzia Selenati
Dalle lezioni del prof. Gilberto Dell’Oste