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Le Pievi
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Con il crollo dell’impero romano e della sua organizzazione, per il popolo delle campagne l’istituzione ecclesiastica rimase l’unico riferimento costante e saldo per quasi tutto il primo millennio. Mentre infatti si succedevano le invasioni di popoli germanici e slavi, con i conseguenti mutamenti nel potere, l’organizzazione delle comunità cristiane rimaneva invariata.
Poco si sa delle origini delle pievi (non ci sono documenti), ma è molto probabile che queste nascessero non per volontà del patriarca, secondo progetti ben precisi, ma che spontaneamente gruppi di cristiani della campagna si raccogliessero attorno ai centri maggiori, dove arrivavano - già a partire dal III-IV secolo - missionari ed evangelizzatori e dove, molto probabilmente, sostava di tanto in tanto qualche presbitero. Alcuni studiosi riconoscono nell’organizzazione di diocesi-pievi-cappelle le tracce della ormai scomparsa struttura amministrativa romana di municipium-pagus-vicus. Ben presto in questi centri furono edificati luoghi per il culto e per l’amministrazione dei sacramenti (edifici paleocristiani di Zuglio, Invillino e Luincis) e attorno ad essi si organizzò sicuramente qualche struttura per l’amministrazione pastorale (cura d’anime).
Questa nuova organizzazione si chiamava PIEVE (dal latino plebs = popolo; friul. pleif) e indicava la Comunità cristiana delle campagne e la sua struttura: le persone, il territorio e le attività pastorali che in esso si svolgevano.
Nel periodo medievale la pieve era un’unità territoriale della diocesi aquileiese, comprendente un certo numero di ville o villaggi, prati, campi e boschi, su cui il pievano (il presbitero titolare della pieve) esercitava un certo controllo e aveva il diritto di riscuotere le tasse (decima - la decima parte dei raccolti e dell’allevamento - e quartese - la quarta parte della decima).
La pieve era anche un’unità giuridica dove il pievano possedeva la giurisdizione ecclesiastica su tutte le ville, aveva cioè il compito di far conoscere e rispettare le norme della Chiesa e di vigilare sull’ortodossia. Non di rado il pievano aveva anche autorità su alcune questioni legate al diritto civile.
La pieve era soprattutto unità pastorale, un po’ quello che oggi è la parrocchia, con un unico fonte battesimale, un solo cimitero accanto alla chiesa madre, un solo pulpito per la predicazione e un solo amministratore della penitenza: per la Messa domenicale, per la celebrazione del funerale cristiano, per il battesimo, la cresima e la confessione i cristiani delle vallate dovevano recarsi presso la pieve. Ancora oggi nei paesi della Carnia si trovano persone anziane che ricordano di aver sentito raccontare che “une volte ducj i muarts a si puartavin a San Pieri”. Anche i matrimoni, per essere considerati validi dovevano essere riconosciuti e registrati dal pievano.
La pieve non era l’unica chiesa nel piviere (cioè il territorio della pieve), ma le ville più grandi o quelle più lontane possedevano delle cappelle, dove il pievano inviava i suoi aiutanti (cappellani) per provvedere nei periodi più freddi alla celebrazione della Messa e all’istruzione cristiana.
Tra l’XI e il XII secolo le pievi della diocesi di Aquileia vengono raggruppate per zone: un insieme di pievi costituisce un Arcidiaconato.
Le pievi non sono nate tutte assieme, ma una alla volta, lungo i secoli e secondo le necessità locali una cappella poteva venir dotata di battistero e cimitero e diventare così pieve. Un documento del XII secolo dice che in Friuli in quell’epoca c’erano 102 pievi, di cui 11 nell’arcidiaconato di Zuglio.
A cura di Alessia Quaglia e Thomas Selenati
Da G.Burba, Rivista Diocesana Udinese, n. 6, 1997
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